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NOTE SULLA SICUREZZA NUCLEARE
Uno dei presunti aspetti negativi che vengono portati a carico dell'energia
nucleare è quello della scarsa sicurezza ed inaffidabilità. Poiché in questo
campo la disinformazione regna sovrana, le presenti note hanno lo scopo di
illustrare in forma semplice ma assolutamente rigorosa la reale situazione
della tematica in oggetto. Pertanto si riportano di seguito le principali caratteristiche di sicurezza dei reattori nucleari attuali e di quelli in costruzione (Generation III, III+ e IV, fra i quali l’EPR, European Pressurized Reactor e l’HTR, High Temperature Reactor). Le considerazioni riportate si intendono principalmente per standard di tipo occidentale. La presente esposizione, dato il suo fine divulgativo, non pretende di trattare in maniera completa ed esaustiva l’argomento (data la sua estrema vastità e complessità), ma solo di dare una visione di massima della tematica al largo pubblico. APAT: Agenzia per la Protezione
dell’Ambiente e per i servizi Tecnici. Svolge i compiti e le attività
tecnico-scientifiche di interesse nazionale per la protezione dell’ambiente.
Nasce dalla fusione della Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente
(ANPA) ed il Dipartimento per i Servizi Tecnici della Presidenza del Consiglio
dei Ministri Becquerel: unità di misura
dell’attività di un dato nuclide radioattivo. Esprime il numero di
disintegrazioni al secondo (1 curie = 37 miliardi di becquerel) BISO: BInary Sealed Oxide, particella di combustibile a doppia sigillatura messa a
punto dalla General Atomics Burnup: parametro
caratteristico di un dato tipo di reattore e di combustibile; indica il
quantitativo di energia che si può estrarre per unità di peso di combustibile. Generalmente
si misura in MWd/tonn BWR: Boiling Water Reactor, ossia Reattore nucleare ad Acqua Bollente. In questo tipo
di reattore l’acqua di refrigerazione che attraversa il nocciolo cambia fase, e
si porta allo stato vapore (con un titolo medio del 14,7 %) Cladding: incamiciatura in cui
sono contenute le pastiglie di ossido di uranio. Costituisce parte integrante
dell’elemento combustibile, e sono generalmente realizzate in lega di zirconio
(zircaloy 2 o 4) Core: nocciolo del reattore
nucleare, dove è contenuto il combustibile nucleare e dove quindi avvengono le
reazioni di fissione nucleare con conseguente liberazione di energia (termica) Corium: massa lavica fusa,
costituita dal core del reattore in seguito ad incidente severo CP (Coated Particle): particella rivestita, utilizzata quale elemento di
combustibile nucleare in alcuni reattori di IV generazione. Consta di un nucleo
di combustibile rivestito da buffer di carbonio, carbonio pirolitico e carburo
di silicio DOE: Department Of Energy, ossia Dipartimento per
l’Energia degli USA. Il suo compito è quello di promuovere le tecnologie e
l’innovazione in campo energetico ECCS: Emergency Core Cooling Systems, ossia
sistemi di raffreddamento di emergenza del nocciolo del reattore nucleare. Entrano
in funzione in caso di incidente e devono soddisfare alcuni requisiti normativi
molto rigidi ENEA: Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente. La sigla inizialmente indicava l’Ente Nazionale per l’Energia Atomica EPR: European Pressurized Reactor, ovvero Reattore Pressurizzato Europeo; trattasi del
reattore di generazione III realizzato dall’AREVA (consorzio franco-tedesco fra
Framatome e Siemens) Fertile (isotopo): isotopo di un elemento
capace di dar luogo al fenomeno della fissione nucleare con neutroni di una
data energia, e che può trasformarsi in isotopo fissile per assorbimento di un
neutrone (es.: U238) Fissile (isotopo): isotopo di un elemento
capace di dar luogo al fenomeno della fissione nucleare con neutroni di
qualsiasi energia (es.: U235) HTR: High Temperature Reactor,
ovvero Reattore nucleare ad Alta Temperatura. E’ un reattore di ultima
generazione, a bassa densità di potenza (con transitori termici lenti a favore
della sicurezza), moderato a grafite e refrigerato a gas (elio). Fra le altre
cose consente di ottenere alti rendimenti termodinamici, di produrre idrogeno
dall’acqua, e di bruciare le scorie IAEA: International Atomic Energy Agency, ovvero
Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Rappresenta il centro mondiale
per la cooperazione in campo nucleare e per la promozione delle tecnologie
nucleari in campo pacifico, ed è stata fondata nel 1957 quale organismo delle
Nazioni Unite Licensing: iter autorizzativo che
porta alla licenza di esercizio dell’impianto, rilasciato dall’autorità
competente in seguito all’osservanza delle (restrittive) norme in materia LOCA: Loss Of Coolant Accident, ovvero incidente da perdita
di refrigerante. Si ha in seguito a rottura della tubazione primaria con
conseguente perdita del refrigerante del reattore Loop: circuito idraulico di cui
si compone l’impianto nucleare. Ogni singolo loop collega il reattore nucleare
alle pompe ed al generatore di vapore. Si possono avere impianti con diversi
numeri di loop Megawatt (MW): unità di misura della
potenza di un impianto. Un megawatt è pari a 1000 chilowatt Meltdown: incidente nucleare di
grave entità in seguito al quale il nocciolo del reattore fonde completamente
trasformandosi in una massa lavica. In impianti di tipo occidentale non si è
mai verificato Moderatore: sostanza adatta a
rallentare i neutroni originatisi dalle reazioni nucleari di fissione a energie
in equilibrio con l’agitazione termica degli atomi (dell’ordine di 1/40 di
elettronvolt). Un buon moderatore oltre a rallentare i neutroni (e quindi
presentare basso numero di massa), non deve ‘assorbirli’, e deve essere
sufficientemente denso. Tipicamnte vengono adopearti acqua ordinaria, acqua
pesante e grafite Pellet: pastiglia di ossido di
uranio sinterizzata (generalmente al 95 % della sua densità teorica).
Rappresenta il combustibile nucleare ceramico che alimenta il reattore Plutonio: metallo radioattivo
artificiale della serie degli attinidi, non presente in natura (se non in
minime tracce), prodotto per la prima volta il 23 febbraio del 1941 da G.
Seaborg, M. Cefola, E.M. McMillian, J.W. Kennedy ed A.C. Wahl. Esistono diversi
isotopi di tale elemento, il più diffuso dei quali è quello fissile (Pu239).
Può venire adoperato sia per alimentare i reattori nucleari (in miscela con
l’uranio negli ossidi misti – MOX) che per la costruzione degli ordigni
nucleari (in questo caso deve essere particolarmente ricco di isotopo 239 e
povero del 240, che dato l’alto tasso di fissione spontanea di quest’ultimo,
rende impraticabile l’utilizzo in un ordigno se presente in quantità superiori
al 7 %, portando alla predetonazione della bomba). Il plutonio da utilizzare
negli ordigni deve essere prodotto tipicamente in reattori dedicati allo scopo
(ma può essere prodotto anche in reattori per uso civile che non richiedano la
fermata dell’impianto, tipo CANDU o RBMK). E’ un metallo tossico e quindi
deve smaltito opportunamente (è stato
definito come ‘la sostanza più tossica conosciuta’, ma ciò è privo di
fondamento: ad oggi non sono ancora state attibuite morti ad esposizione da
plutonio, ed inoltre si stima ad esempio che il radio, metallo radioattivo
presente in natura, sia 200 volte più radiotossico, come anche la tossina
botulinica – che presenta una dose letale pari a 300 picogrammi - miliardesimi
di grammo - per chilogrammo di peso corporeo) PWR: Pressurized Water Reactor, ovvero Reattore Nucleare ad acqua Pressurizzata. In questa
tipologia di design non è previsto cambiamento di fase dell’acqua che
attraversa il nocciolo del reattore; la generazione del vapore che alimenta le
turbine è affidata ad un circuito secondario attraverso un generatore di vapore Radioattività: fenomeno fisico naturale,
che può però essere anche indotto artificialmente (radioattività artificiale).
Consiste nella disintegrazione di un nucleo atomico instabile con emissione di
raggi alfa (nucleai di elio), beta (elettroni), o gamma (fotoni). Si misura in becquerel (il curie è in disuso) Reattività: termine che esprime lo
scostamento del reattore nucleare dalla condizione di criticità (ossia quella
condizione di equilibrio fra produzione di neutroni nel mezzo moltiplicativo –
tipicamente il combustibile – e la loro scomparsa per cattura o fuga). Un
reattività positiva indica un incremento di potenza del reattore, una
reattività negativa una diminuzione Scram: spegnimento rapido del
reattore, attuato spesso attraverso il rapido inserimento delle barre di
controllo, sia automaticamente che manualmente, da parte dell’operatore.
Trattasi dell’acronimo di Safety Control Rod Axe Man (ossia Uomo con la Scure addetto
alla Barra di Controllo di Sicurezza), e si riferisce all’operatore che doveva
intervenire in caso di necessità inserendo la barra di sicurezza (attraverso il
taglio netto di una corda che la sosteneva) nell’esperimento della Chicago Pile
di Fermi del 2 dicembre 1942. Sezione di cattura: parametro fisico, relativo ad ogni isotopo, che indica
la probabilità che avvenga una data reazione nucleare. Si misura tipicamente in
barn (1 b = 10-28 m2) Sievert: unità di misura del
Sistema Internazionale (SI) dell’equivalente di dose (in onore del fisico Rolf
Sievert). E’ pari a 1 joule/chilogrammo (1 Sv = 100 rem). Una dose di 6 sievert
sotto forma di radiazioni ionizzanti è generalmente mortale, mentre la stessa
quantità di energia somministrata sotto forma di calore innalza la temperatura
corporea di circa un millesimo di grado centigrado Snubbers: smorzatori delle sollecitazioni
che possono insorgere in seguito ad evento sismico sulle tubazioni di un
impianto nucleare TRISO: TRInary Sealed Oxide, particella di combustibile a doppia
sigillatura messa a punto dalla General
Atomics Uranio: metallo radioattivo
delle serie degli attinidi, scoperto nel 1789 dal farmacista tedesco Martin
Heinrich Klaproth, di colore bianco argenteo e di densità pari a 19,1 Kg/l (da
confrontare con quella del piombo, pari a 11,34 Kg/l). In natura è composto
principalmente dai due isotopi 235, fissile, in misura pari allo 0,72 %, ed il
238, fertile, in misura pari allo 99,275 % (ci sono anche tracce di uranio 234
nella misura dello 0,0058 %). L’isotopo più abbondante presenta un periodo di
dimezzamento (ossia il tempo necessario affinchè il numero di atomi radioattivi
presenti sia ridotto della metà per decadimento radioattivo) pari a 4,468
miliardi di anni. Presenta una abbondanza sulla crosta terrestre pari a 2,5 ppm
(da confrontare con quella dello stagno, ad esempio, pari a 2,1 ppm). Ci sono
ingenti quantitativi di uranio anche nell’acqua del mare (anche se al momento
la sua estrazione non è conveniente) Vessel: contenitore esterno del
reattore nucleare, generalmente costituito da uno spesso strato (dell’ordine di
20 cm) di acciaio al carbonio
Gli obiettivi della
sicurezza nucleare [13] consistono nell'assicurare condizioni di localizzazione
e di impianto tali da soddisfare principi di protezione adeguati, quali, ad
esempio, i principi radioprotezionistici internazionalmente accettati. In particolare
l'impianto nel sito scelto dovrà garantire che la popolazione ed i lavoratori
non ricevano effetti sanitari da radiazioni superiori nei limiti stabiliti e
che tali effetti siano, comunque, i più bassi ragionevolmente ottenibili in
tutte le condizioni operative ed in caso di incidenti. 1.2 - L'approccio di base della Sicurezza Nucleare Nel settembre del 1989 [6] la IAEA[1]
organizzò a Vienna una riunione per discutere delle filosofie di sicurezza da
adottare per gli impianti nucleari occidentali. Si discuteva molto a
quell’epoca sulla necessità di prevedere o meno dei piani d’emergenza in caso
di incidente nucleare grave. L’approccio seguito fino ad allora era di tipo ‘probabilistico’: ossia la frequenza di
accadimento di tale evento doveva essere dell'ordine di migliaia o centinaia di
migliaia di anni. Tuttavia ci si rese conto che alla popolazione poco importava
se un incidente si fosse verificato oggi, e poi la prossima volta fra 1 milione
di anni! Fu così che la delegazione italiana, assieme a quella francese,
proposero di passare ad un approccio di tipo ‘deterministico’: ovvero di effettuare per ogni impianto un'analisi
di sicurezza in modo da garantire che per qualsiasi incidente, per quanto grave
(anche con fusione del nocciolo del reattore - il temuto meltdown), non ci sarebbe stato nessun effetto sanitario al di
fuori della centrale. Era un principio già adottato in Francia ed in Italia,
volto a disaccoppiare le motivazioni più squisitamente tecniche da quelle
tipiche della protezione civile. Il principio fu accolto ed adottato dalla
IAEA. 2 – La Sicurezza Nucleare degli
impianti esistenti e futuri Il principio di base del design degli impianti nucleari è quello della difesa in profondità. Le barriere che si
interpongono fra la popolazione e la fuoriuscita dei prodotti radioattivi sono
almeno quattro: la matrice[2]
del combustibile, l’incamiciatura, il circuito refrigerante (di cui fa parte il
vessel), il sistema di contenimento. Il contenimento esterno del reattore
(assente del caso del reattore di Chernobyl[3])
serve sia per proteggere l’ambiente esterno dall’impianto (in caso di incidente
e conseguente rilascio di prodotti radioattivi) che viceversa (attentati,
incidenti aerei, inondazioni, etc.). Un contenitore tipico della tecnologia occidentale (cilindrico con cupola
emisferica) del tipo Framatome N4
presenta le seguenti caratteristiche [2]: - diametro interno:
43,80 m - spessore :
1,20 m - altezza massima :
59,16 m - volume interno :
78˙000 m3 - spessore contenitore
secondario: 0,055 m Sia il contenitore che l’intercapedine prevista fra le due strutture di
contenimento sono mantenuti in depressione in modo da minimizzare le perdite
verso l’esterno (principio del doppio contenimento). Può sopportare pressioni interne dell’ordine di 7 Kg/cm2 (ovvero
pari al primo picco di pressione in seguito a LOCA[4]). Al suo interno sono contenuti una serie di
spray che ‘innaffiano’ il reattore in caso di incidente, riducendo il
quantitativo di prodotti radioattivi gassosi dispersi nel contenimento e
contribuendo al raffreddamento. Il circuito refrigerante del reattore rappresenta la seconda barriera
fisica fra il rilascio dei prodotti radioattivi e l’esterno. Trattasi di un
circuito di tubi di acciaio inossidabile austenitico (fig. 2.1), che collegano
fra loro il vessel, le pompe di circolazione, i generatori di vapore ed il
pressurizzatore. Sono progettati prendendo in considerazione tutti i carichi
relativi a tutte le condizioni operative in cui l’impianto potrebbe venire a
trovarsi. La disposizione delle tubazioni consente una adeguata flessibilità in
modo da consentire la limitazione delle sollecitazioni in seguito a particolari
condizioni di esercizio. Sono previsti opportuni sistemi di vincolo (smorzatori[5],
fig. 2.2) per limitare le sollecitazioni dinamiche in caso di sisma
(sull’argomento vedi anche l’app. B). Figura 2.1 – Dettaglio del
circuito refrigerante di un reattore PWR (Pressurized Water Reactor) Figura 2.2 – Dettaglio di uno snubber per la limitazione delle
sollecitazioni sismiche Procedendo nell’analisi delle barriere che si interpongono fra i prodotti
di fissione e l’esterno si incontra l’incamiciatura[6]
del combustibile (fig. 2.3). Compito di quest’ultima è quello di contenere, anche
strutturalmente, le pellet di ossido
di uranio che costituiscono il combustibile nucleare. Normalmente sono
realizzate in lega di zirconio (zircaloy-2 o zircaloy-4), ma in alcuni casi
anche in acciaio inossidabile. Trattasi di leghe resistenti alla corrosione.
Gli elementi di combustibile vengono chiusi alle estremità con tappi saldati
elettronicamente, dopo essere stati riempiti di gas elio a pressioni
dell’ordine di 20÷30 Kg/cm2, consentendo così anche la verifica
certa e semplice del grado di tenuta delle guaine. Nella zona superiore della
barretta viene lasciato un volume pari al 5 % del totale per consentire la
raccolta dei gas prodotti dalla fissione nucleare. Figura 2.3 – Dettaglio
dell’elemento combustibile di un PWR (Pressurized Water Reactor) Figura 2.4 – Dettaglio delle
pellet di uranio
I dati riportati finora fanno principalmente riferimento ad impianti di
tipo PWR. Come ulteriore esempio di impianto attualmente funzionante si riporta
[1] di seguito l’illustrazione (fig. 2.5) delle caratteristiche di sicurezza di
un tipico impianto nucleare ad acqua bollente (BWR). Figura 2.5 – Barriere multiple in
un convenzionale reattore ad acqua bollente (BWR)
-
edificio di
contenimento in cemento armato dello spessore di circa 1 metro -
maglia
d’acciaio spaziata di circa 30 centimetri del diametro di circa 6 cm -
liner
metallico interno di contenimento dello spessore di circa 4 cm -
parete del Dry Well[7],
con rinforzo in maglia metallica di circa 6 cm e parete di cemento armato dello
spessore di circa 1,5 metri -
schermo
biologico, dello spessore di oltre un metro, con copertura metallica interna ed
esterna di circa 2,5 cm -
vessel del
reattore, in acciaio al carbonio, dello spessore tipico dell’ordine di 20 cm -
matrice
ceramica del combustibile -
Weir Wall[8], dello spessore di circa mezzo metro -
piedistallo,
dello spessore di circa 2 metri, con ricopertura sia esterna che interna di 2,5
cm di acciaio. 2.2 - Generation III e
III+ (EPR e HTR) I reattori nucleari delle Generation III
e III+ presentano delle
caratteristiche innovative rispetto ai reattori della II° generazione. L’obiettivo
di questa tipologia di reattori è quello di 108 anni/reattore senza
incidenti, ovvero, in altri termini, un reattore costruito all’epoca dei
dinosauri (ossia all’inizio del periodo Cretacico superiore) avrebbe meno del
50% della probabilità fino ad ora di essere soggetto ad un guasto. In questo contesto si colloca l’EPR (European
Pressurized Reactor), inizialmente sviluppato dalla francese Framatome e dalla tedesca Siemens [8] (attualmente, per la parte
nucleare, fuse nell’AREVA). Le caratteristiche del progetto riguardano un
incremento ulteriore della sicurezza nucleare ed una migliore competitività
economica. Trattasi di un reattore da 1600 MWe, per un costo
previsto di 3 miliardi di € (una centrale di questo tipo è già in costruzione
ad Olkiluoto, in Finlandia). Il reattore può bruciare uranio arricchito fino al
5 %, come anche i combustibili MOX (ossidi misti di uranio e plutonio). Il
rendimento termodinamico è del 36 %, burnup 60 GWd/t (contro i 33 GWd/t dei
reattori tradizionali), fattore di utilizzazione fino al 92 %, livello sismico
0,25 g, vita operativa 60 anni. Tale reattore potrebbe fornire energia
elettrica al nostro Paese ad un costo di
2÷2,5 eurocent/KWh (applicando il modello di calcolo presentato in [9]). Tale
filiera presenta delle ulteriori importanti innovazioni in merito alla
sicurezza nucleare rispetto agli impianti tradizionali (fig. 2.6). Una
descrizione più approfondita dell’EPR ed in particolare delle sue
caratteristiche di sicurezza è riportata nell’app. E. Figura 2.6 –Principali sistemi di
sicurezza del reattore EPR [8] Fra gli altri sistemi della Generation III si può annoverare l’AP600 (Advanced Passive, da 600
MWe – fig. 2.7). Trattasi di un reattore a due loop[9], con margini
di sicurezza più significativi e semplificazioni impiantistiche. Il generatore
di vapore è stato ingrandito per incrementare i margini operativi. La sua
densità di potenza è stata ridotta del 30 % rispetto ai PWR tradizionali. I
sistemi passivi di sicurezza basano il loro funzionamento sulla l’azione della
gravità, come nel caso della circolazione naturale, oppure sull’energia
accumulata, come ad esempio quella dei gas compressi. Tali sistemi inoltre sono
progettati per esplicare la loro azione per 72 ore dopo l’evento incidentale,
indipendentemente dall’azione degli operatori. Sono previsti un insieme di
sistemi iniezione di acqua borata (azionati da azoto compresso) passivi per lo
spegnimento automatico del reattore in caso di necessità. La rimozione passiva
del calore è affidata anche all’edificio di contenimento, attraverso la
circolazione naturale dell’aria (effetto camino) nell’intercapedine fra il
guscio metallico e la parete di calcestruzzo. Un mezzo aggiuntivo per il
raffreddamento è costituito da un deposito di acqua sulla cima dello schermo di
calcestruzzo. Tale deposito è progettato per operare per 3 giorni, dopo i quali
dovrebbe essere nuovamente riempito. In ogni caso, anche se questo non
avvenisse l’edificio di contenimento raggiungerebbe la sua massima pressione
entro 2 settimane, e sarebbe apri al 90 % della pressione di progetto. Si stima
presenti un costo di installazione di 1370 $/KW. Figura 2.7 – Sistema di
contenimento del reattore AP600 con sistemi di rimozione passiva del calore
Infine, last but not least, fra i
reattori della Generation III e III+ rientrano i reattori a
gas ad alta temperatura. L’elemento fondamentale della sicurezza per i reattori
HTR [12] è costituito dal fatto che gli
esperimenti di surriscaldamento per simulare situazioni incidentali hanno
indicato che i prodotti di fissione sono trattenuti praticamente del tutto (in
assenza di acqua e di aria) nelle particelle TRISO per temperature inferiori a
1600 °C. Inoltre la bassa densità di potenza tipica di questi
reattori (qualche KW/l) fa si che anche questa temperatura non venga mai
raggiunta. Una descrizione più
approfondita del reattore HTR ed in particolare delle sue caratteristiche di
sicurezza è riportata nell’app. F. I reattori della futura
generazione sono attualmente allo
studio, e si suppone saranno commercialmente disponibili a partire dal 2030.
Difatti, per iniziativa del DOE[10],
è nata alcuni anni fa la Generation IV Initiative: si tratta di un progetto a lungo termine, che si
occupa di tutti gli aspetti connessi alla produzione di energia per via
nucleare (nuovi reattori, cicli del combustibile innovativi, produzione di
idrogeno e di acqua potabile, ecc.) e rappresenta la “naturale” evoluzione di
questa tecnologia (fig. 2.8). Figura 2.8 – L’evoluzione della
tecnologia nucleare [15] Questo progetto è
caratterizzato da quattro scopi fondamentali [15]:
In particolare, per ciò che concerne il secondo punto, sono richieste caratteristiche
di sicurezza intrinseca “trasparenti”, ossia comprensibili anche per i non
esperti, sì da aumentare, a meno di prese di posizione ideologiche, la
confidenza dell’opinione pubblica nei confronti dell’energia nucleare. Gli
scopi di tale iniziativa (fra cui un ruolo fondamentale è ricoperto dagli
aspetti di sicurezza) sono riportati nella tab. 2.1. ![]() Tabella 2.1 – Scopi della Generation IV Initiative [15] La IV Generazione
mira, in sostanza, ad un “nucleare sostenibile”, capace di sfruttare al meglio
le risorse disponibili nel rispetto dell’ambiente. Per ulteriori
approfondimenti sull’argomento si invita a consultare [15]. 3 - Procedura Autorizzativa per
l'avvio di un impianto nucleare Costruire una centrale nucleare non è una cosa semplice in quanto le
autorità competenti sottopongono ogni nuova iniziativa a controlli accurati e
completi. Le brevi note che seguono indicano, per sommi capi, i passi necessari per
ottenere la Licenza di Esercizio degli impianti nucleari nel nostro Paese. Come
è facile evincere gli enti coinvolti sono innumerevoli, mentre gli attori sono
almeno tre: l’Utility (che potrebbe essere, ad esempio, l’ENEL), il Costruttore
(ad es. Ansaldo), e l’Ente di Controllo (ad es. APAT). Trattasi di entità
separate e del tutto indipendenti; la realizzazione degli impianti è
subordinata alla loro approvazione. Per chi volesse approfondire l’argomento si consiglia di consultare [5] e
[13]. Le procedure autorizzative per la costruzione e la messa in esercizio di un
impianto nucleare nel nostro Paese (ed in generale in tutti i Paesi
Occidentali) sono particolarmente lunghe e complesse. Si riporta di seguito in tab. 3.1 il riassunto delle varie fasi
dell’istruttoria assieme alla documentazione richiesta [5].
Tabella 3.1 –
Fasi dell’istruttoria per la messa in marcia di un impianto nucleare [5] 3.1 - Fase A: Ottenimento da parte
del richiedente del nulla osta di costruzione Il richiedente trasmette al Ministero dello Sviluppo Economico (MSE) il Progetto
di Massima dell’Impianto ed il Rapporto Preliminare di Sicurezza. Copia di tali documenti viene inviata dal MSE all’Ente di Controllo (APAT),
il quale redige una relazione tecnica sul Progetto di Massima, che a sua volta
viene inviata al MSE, che la inoltra ai Ministeri della Sanità, Lavoro, Lavori
Pubblici, Interno e Beni Culturali. Questi ultimi entro 60 giorni devono esprimere un parere in merito al
Progetto di Massima ed all’ubicazione dell’impianto, recepite dalla commissione
tecnica dell’Ente di Controllo, che esprime quindi un parere tecnico finale.
Uno schema esemplificativo[11]
della procedura è riportato nella fig. 3.1. In seguito a tale procedura il MSE trasmette al richiedente: a)
Autorizzazione
e nulla osta alla costruzione b)
Elenco dei
componenti dell’impianto ritenuti rilevanti ai fini della sicurezza nucleare e
della protezione sanitaria 3.2 - Fase B: Approvazione dei
Progetti Particolareggiati In seguito alla Fase 1 il richiedente trasmette all’Ente di Controllo i
progetti particolareggiati delle parti dell’impianto, completi delle relazioni
tecniche che ne dimostrino la rispondenza ai fini della Sicurezza Nucleare e
della Protezione Sanitaria. Figura 3.1 – Schema della
procedura autorizzativa per l’ottenimento del nulla osta di costruzione[12]. 3.3 - Fase C: Approvazione del
Progetto delle Prove Combinate d’Impianto Tali prove, di natura “non nucleare”, sono antecedenti al caricamento del
combustibile nucleare. Al termine della costruzione delle parti d’impianto contenute nei Progetti
Particolareggiati, il richiedente trasmette il Programma Generale delle Prove
Combinate d’Impianto all’Ente di Controllo, il quale, sentita la commissione
tecnica, provvede ad approvarle. 3.4 - Fase D: Esecuzione delle Prove
Combinate d’Impianto La responsabilità per la corretta esecuzione di tali prove, in accordo col
Programma approvato al precedente punto, ricade sul richiedente. Assistono alle prove gli ispettori dell’Ente di Controllo. Successivamente
in caso di idoneità quest’ultimo autorizza il caricamento del combustibile
nucleare (fino a questo punto infatti si è gestito un impianto del tutto
convenzionale). 3.5 - Fase E: Approvazione del Piano
d’Emergenza Esterno Il Piano d’Emergenza Esterno contempla l’insieme delle azioni da compiere
da parte delle autorità responsabili, in caso di incidente, per la pubblica
incolumità. Con anticipo di almeno 150 giorni il richiedente invia all’Ente di
Controllo i seguenti documenti: -
Rapporto
Intermedio di Sicurezza -
Rapporto
Tecnico L’Ente di Controllo sottopone i documenti alla commissione tecnica. Il
Rapporto Tecnico (entro 30 giorni) viene inviato al Ministero dell’Interno, che
lo inoltra al Prefetto di competenza. Il Piano d’Emergenza Esterno viene compilato dal Comitato apposito della
Prefettura, inviato all’Ente di Controllo, che sentita la commissione tecnica
lo invia al Ministero dell’Interno entro 30 giorni. Quest’ultimo procede
all’approvazione entro 10 giorni. Ad approvazione avvenuta il Ministero
dell’Interno invia il Piano d’Emergenza esterno al Prefetto (che dispone tutte
le misure necessarie in caso di necessità) ed al richiedente. 3.6 - Fase F: Approvazione del
Programma Generale delle Prove Nucleari Il richiedente trasmette all’Ente di Controllo la seguente documentazione: -
Rapporto
Finale di Sicurezza -
Regolamento
di Esercizio -
Manuale di
Operazione -
Programma
Generale delle Prove con Combustibile Nucleare -
Certificato
di esito positivo delle prove non nucleari -
Organigramma
del personale preposto ed addetto all’esercizio dell’impianto (con relative
patenti di idoneità) -
Proposte di
Prescrizioni Tecniche L’Ente di Controllo, sentita la commissione tecnica, provvede ad approvare
il Programma delle Prove Nucleari. 3.7 - Fase G: Esecuzione delle Prove
Nucleari Il richiedente è tenuto a presentare all’Ente di Controllo le specifiche
dettagliate di ciascuna prova; quest’ultimo rilascia il permesso condizionandolo
all’osservazione o meno di alcune prescrizioni. Per ogni prova deve essere
compilato il relativo verbale, a cura del richiedente (che è responsabile della
corretta esecuzione e dell’esattezza dei calcoli). 3.8 - Fase I: Licenza di Esercizio In seguito ad esito positivo delle prove nucleari il richiedente richiede
la Licenza di Esercizio (quella che consente di ‘accendere’ ed ‘usare’
l’impianto) al MSE, che la rilascerà con validità annuale. Dalle argomentazioni sopra esposte appare evidente come il tema della
sicurezza nucleare abbia occupato un posto centrale nella progettazione degli
impianti sin dall’inizio della loro storia. Esprimendosi in gergo
automobilistico si potrebbe dire che gli impianti nucleari sono ‘nati’ con le
cinture di sicurezza, gli airbag e le barre laterali. Appare dunque
ingiustificato il timore del pubblico verso lo sfruttamento di questa forma di
energia (si ricordi peraltro che accendendo il ‘fuoco’ atomico l’uomo ha
imparato a convertire la massa in energia 2 milioni di volte più efficacemente
dell’uomo primitivo!), ingiustamente demonizzata da un’informazione spesso
propagandistica, ideologica e ‘terroristica’. Le argomentazioni tecniche addotte nel presente documento cercano di fare
chiarezza, seppur sinteticamente ed in maniera assolutamente non esaustiva,
sulla tematica. La sostanziale assenza di incidenti rilevanti ai fini della
protezione sanitaria in impianti di tipo occidentale a partire dall’accensione
della prima pila atomica (ad opera di Enrico Fermi, il 2 dicembre 1942),
dovrebbe costituire una chiara evidenza di quanto si è cercato di esporre. Appendice A - L’incidente
Nucleare di Chernobyl L’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl (Чорнобиль, Čornobyl, in lingua ucraina – fig. A.1),
avvenuto il 26 aprile del 1986 (alle 01:23:58 ore locali) in Ucraina (allora
Unione Sovietica) al reattore numero 4, rappresenta il più grave evento nella
storia delle applicazioni pacifiche dell’energia nucleare. L’impianto era composto da 4 reattori da 1000 MWe ognuno, e produceva circa
il 10 % dell’energia elettrica ucraina. Il primo reattore fu commissionato nel
1977, il secondo nel 1978, il terzo nel 1981, ed il quarto (quello che subì
l’incidente) nel 1983. Si trattava di reattori del tipo RBMK-1000 (РБМК - Реактор Большой Мощности Канальный, ossia Reaktor
Bolshoi Moshchnosty Kanalny, che
significa ‘reattore di grande potenza a canali’), prodotti solo in
Unione Sovietica. Fu progettato sia per produrre plutonio che per produrre
energia. Utilizzava acqua naturale per il raffreddamento e grafite come
moderatore dei neutroni: in tale configurazione era possibile adoperare
l’uranio naturale quale combustibile (il fatto di non richiedere né uranio
arricchito né acqua pesante abbassava notevolmente i costi di costruzione ed
esercizio), anche se nel caso del reattore n. 4 l’uranio era debolmente
arricchito (circa il 2 %). Tale configurazione tecnica faceva si che il reattore presentasse un coefficiente di vuoto positivo,
rendendolo instabile e pericoloso. Figura A.1 – Vista recente da
satellite della centrale nucleare di Chernobyl
Poiché la sezione di cattura per assorbimento dell’acqua ordinaria è circa
100 volte maggiore di quella della grafite, ne consegue che nell’RBMK l’acqua è
un ‘veleno’ neutronico, in mancanza del quale la reazione subisce una
’accelerazione’. Questo è il significato del termine ‘coefficiente di vuoto
positivo’ (e si parla quindi, a differenza dei reattori occidentali, di instabilità intrinseca). Tale tipo di macchina non ha analoghi nel
mondo occidentale, perchè non avrebbe ottenuto mai la licenza di esercizio (licensing). La scelta poi di consentire la produzione di plutonio di grado militare in
un reattore adibito ad usi civili fu particolarmente infausta. Per tale fine
infatti fu necessaria l’introduzione di grandi gru sopra il nocciolo del
reattore per consentire la movimentazione del combustibile ‘in linea’ (senza
spegnere il reattore). Questo portò inevitabilmente alla realizzazione di
edifici di contenimento molto alti (oltre 70 metri), che fu impossibile
realizzare con le dovute caratteristiche di robustezza e tenuta ai fini della
sicurezza nucleare (contrariamente a quanto avveniva nel mondo occidentale).
L’edificio di contenimento infatti aveva tutte le caratteristiche di una
normale costruzione civile (volte a capriata, come le nostre chiese
medioevali). La produzione di plutonio militare inoltre richiedeva di esercire
gli impianti a temperature troppo alte per il mantenimento degli standard di
sicurezza (infatti a regime la temperatura della grafite era di 600 °C, con
punte di 700 °C, superiori alla soglia di reazione aria-carbonio e prossimi
alla soglia della reazione acqua-carbonio [7]). C’era inoltre un difetto di progettazione nelle barre di controllo: queste
infatti terminavano con degli estensori di grafite di circa un metro, che
quando venivano inseriti rimpiazzavano l’acqua, aumentando quindi, seppur per
pochi secondi, il tasso di produzione di energia (invece di cominciare a
ridurlo immediatamente). Tale comportamento delle barre è controintuitivo ed
era ignoto agli operatori. Si aggiunga infine che l’accoppiamento di acqua e
grafite risulta particolarmente pericoloso in caso di incidente: ad alte
temperature infatti questi reagiscono formando miscele esplosive. Figura A.2 – Una vista aerea
dell’unità n. 4 della centrale di Chernobyl in seguito all’incidente Si aggiunga che gli operatori non erano a conoscenza dei problemi del
reattore e non erano opportunamente qualificati per i reattori del tipo
RBMK-1000: il direttore V.P. Bryukhanov aveva esperienza su impianti a carbone,
come anche Nikolai Fomin, che aveva esperienza su impianti convenzionali; anche
Anatoliy Dyatlov aveva solo una limitata esperienza con i reattori nucleari,
per lo più di piccola taglia per applicazioni sommergibilistiche. L’incidente avvenne nel corso di una prova volta a verificare la
possibilità di alimentare i sistemi di sicurezza durante il rallentamento del
turbogeneratore in seguito a distacco dalla rete. Questa prova era stata
richiesta ad altre centrali nucleari, ma avevano tutte rifiutato dato l’alto
rischio. La titolarità dell’esperimento per lo più fu affidata a quello che
verrà definito dalla stampa “il folle ingegnere elettrotecnico”, convinto di
poter trattare l’impianto in maniera del tutto convenzionale. Il direttore Bryukhanov
era uno specialista di turbine, ma purtroppo ignorante in campo nucleare: era
stato promosso a titolo di direttore della centrale per ‘meriti di partito’, e
tendeva a sostituire gli esperti di centrali nucleari con tecnici provenienti
da centrali termiche convenzionali. La situazione è del tutto diversa
nell’impiantro di Three Mile Island
(USA): li è presente una sala controllo da esercitazione uguale a quella vera,
dove i tecnici vengono addestrati per anni, al pari di un pilota di un aereo di
linea. I reattori come quello di Chernobyl hanno due sistemi diesel di emergenza,
non attivabili istantaneamente. Quello che si voleva verificare era la
possibilità alimentare le pompe grazie all’inerzia della turbina durante
l’avvio dei generatori diesel. Il test era già stato condotto su un altro
reattore (ma con tutti i sistemi di sicurezza attivati), con esito negativo.
Fermato il turbogeneratore venne isolato il circuito di raffreddamento di
emergenza, che avrebbe potuto invece abbassare rapidamente il contenuto di
vapore nel circuito e forse evitare l’esplosione: si rivelò un errore
madornale, dovuto a ignoranza della fisica nucleare (o a estrema ed
ingiustificabile presunzione). Per una serie di circostanze la potenza del
reattore fu ridotta a soli 30 MWth, ma si scelse comunque di non
spegnere il reattore e continuare la prova: qualunque tecnico non digiuno di
fisica nucleare avrebbe immediatamente capito l’estrema pericolosità della
mossa. Durante la fissione nucleare infatti si forma un potente veleno neutronico,
lo xeno-135. Quest’ultimo ad alti regimi di potenza viene consumato dallo
stesso flusso neutronico del reattore (a sua volta direttamente legato alla
potenza erogata dal reattore), ma a bassa potenza tende ad accumularsi. Per
contrastare tale avvelenamento furono estratte le barre di controllo in maniera
quanto meno avventata: le prescrizioni di sicurezza raccomandavano di lasciarne
inserite almeno 28÷30, all’epoca dell’incidente le barre inserite si rivelò che
erano solo 6÷8! Il personale, dati i ritardi con cui era iniziata la prova,
aspirava a terminare presto il test (e questo contribuì a far precipitare gli
eventi). Iniziò a formarsi del vapore nelle pompe, diminuendo la portata
d’acqua nei canali principali, che, per i motivi visti, portò ad un aumento del
tasso di reattività[14]. Si decise allora di inserire le barre di
controllo precedentemente incautamente estratte, ma a causa della lentezza di
inserimento (18÷20 secondi) e dei follower
di grafite che rimpiazzavano l’acqua (vedi sopra), ci fu un aumento di
reattività pari a 0,5 β[15], ed inoltre l’inserimento proseguì per soli 2,5
metri (invece che per i 7 metri di altezza del reattore – i canali si erano
ormai deformati!). Fu la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza del
reattore (fig. A.2). Ci fu una escursione di potenza pari a 100 volte quella nominale del
reattore, e si verificarono delle reazioni chimiche che portarono alla
formazione di gas esplosivi (idrogeno e metano) in seguito al contatto
dell’acqua con lo zirconio e la grafite. La piastra superiore, del peso di 500
tonnellate, fu sbalzata. Il livello di radioattività (ovvero l’esposizione)
nell’unità salì a 1000-1500 Roentgen/ora[16], ma il personale disponeva di strumenti con fondo
scala di 1 milliRoentgen/ora. Gli strumenti con fondo scala opportuno giacevano
chiusi a chiave in un edificio coperto dalle macerie. Lo scenario che ne seguì
fu tragico, e solo l’eroismo delle squadre di soccorso consentì di spegnere
l’incendio. Bruciò il 10 % della grafite contenuta nel reattore, che causò la
colonna di fumo che si levò fino a 1200 metri di altezza, grazie alla quale le
sostanze radioattive furono sparse in tutta Europa (i primi ad accorgersi
dell’incidente furono gli Svedesi). Si stima ci fu un rilascio di radioattività
di 50 milioni di curie[17] (fig. A.3). Il tribunale condannò Viktor Bryukhanov, Nikolai Fomin, e Anatoliy Dyatlov[18] a 10 anni di reclusione con sentenza definitiva e
senza alcuna possibilità di ricorso. Figura A.3 – Foto della colata di
"lava" nucleare dell’impianto di Chernobyl. In foto: 12 il calcestruzzo, 3 la tubazione del vapore, e 4
dell’attrezzatura elettrica. rappresenta la colata lavica In seguito venne costruito un sarcofago per il ricoprimento dei resti del
reattore. La sua struttura non è particolarmente solida, e si teme il tetto
possa collassare in seguito ad evento sismico anche non particolarmente forte,
con ulteriore rilascio di materiale radioattivo. La forte umidità presente
continua ad erodere il calcestruzzo ed il ferro di costruzione. Nel 1997 è
stato quindi costituito un fondo (Chernobyl
Shelter Fund) al G7 di Denver per l’implementazione di un nuovo edificio di
contenimento dell’impianto (fig. A.4). Si stima il suo costo sarà di 768
milioni di dollari, sarà costruito ex-situ e poi fatto ‘scivolare’ sopra il
sarcofago, e dovrebbe venire terminato (dal consorzio Becthel-EdF) nel 2009. Sulle conseguenze sanitarie dell’incidente non c’è accordo fra i vari
organismi che si sono occupati della tematica[19]. I morti immediati (nel corso del primo anno
dall’incidente) furono 31 (di cui uno d’infarto). Stimare le reali conseguenze
dell’incidente con stime realistiche è virtualmente impossibile, poiché non è
possibile provare quali siano le cause che hanno originato un cancro che porta
al decesso[20]. Molti dei casi di tumori solidi e leucemia attesi
non si sono verificati (secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Figura A.4 – Rappresentazione del Nuovo Confinamento Sicuro che dovrà
sostituire l’attuale sarcofago Appendice B - Considerazioni di Carattere Sismico Tutte le strutture ed i componenti rilevanti per la sicurezza nucleare e
per la protezione sanitaria sono classificati in categoria sismica. Tali parti
devono resistere alle sollecitazioni dovute ai terremoti di riferimento A[21]
e B[22] in combinazione con gli altri carichi accidentali
e normali, dovuti sia a cause interne che esterne. Nella progettazione
dell’impianto si dovrà tener conto anche di eventuali effetti del sisma sulle
fondazioni (cedimenti, fratture, frane, etc.). Si noti che l’incidente di riferimento per gli impianti nucleari (per il
quale quindi sono progettati) è costituito dal massimo evento sismico assunto
per quella zona in concomitanza della troncatura indipendente a
ghigliottina della tubazione primaria (!!!). L’impianto nucleare sarà realizzato in modo tale che: -
qualora si
verifichi un sisma di intensità minore o uguale al tipo B, le conseguenze non
siano tali da compromettere il normale esercizio -
qualora
invece si verifichi un sisma di tipo A, sia assicurato il funzionamento di
tutti i sistemi necessari per lo spegnimento del reattore e mantenerne la
condizione di spegnimento sicuro. Nel progetto di un impianto nucleare devono essere presi in considerazione
gli effetti del moto vibratorio del terremoto causato dai terremoti di
riferimento A e B. A tal fine si procede ad una lunga serie di indagini
preventive: a)
Individuazione
della provincia tettonica comprendente il sito e quelle limitrofe b)
Valutazione
in base a studi litologici, stratigrafici e geologico-strutturali del
comportamento dei materiali geologici in superficie ed in profondità durante i
precedenti terremoti c)
Determinazione
delle caratteristiche meccaniche (statiche e dinamiche) dei materiali
sottostanti il sito d)
Elenco di
tutti i terremoti storici che hanno interessato la provincia tettonica
comprendente il sito e)
Correlazione,
ove possibile, degli epicentri o delle zone macrosismiche di più alta intensità
dei terremoti storici con le province tettoniche collocate anche solo
parzialmente in quella comprendente il sito f)
Determinazione
dell’attività delle faglie g)
Per le faglie
si dovrà procedere a determinare: –
la lunghezza
della faglia –
la relazione
delle faglie con la strutture tettoniche della regione –
la natura,
l’entità e la storia geologica degli spostamenti lungo la faglia Attraverso tali indagini sarà possibile determinare il massimo terremoto
che può statisticamente verificarsi durante la vita nominale delle costruzioni:
si potrà così valutare la massima accelerazione al suolo, che costituirà il
dato di input richiesto per la progettazione. Per una valutazione di primo approccio si possono adoperare relazioni che
sintetizzino per una data zona sismica informazioni in merito alla frequenza e
l’intensità dei terremoti. Per far questo si ricorre
generalmente alla nota legge di Gutemberg-Richter: in cui N(M) indica il
numero medio di terremoti con magnitudo maggiore di M che si verificano in un
anno nella zona considerata, mentre per A e B si possono considerare, per
regioni con caratteristiche simili a quelle del nostro Paese, rispettivamente i
valori 6,13 ed 1,03. La relazione si riferisce ad un’area di 106 km2; i
valori ottenuti quindi andranno divisi per questo valore. In base alle
considerazioni di cui sopra si ottiene il grafico in fig. B.1. Figura B.1 – Numero medio di
terremoti di magnitudo maggiore di M in funzione di M Si può facilmente notare che il numero medio di terremoti del 5° grado
della scala Richter (equivalente grosso modo al V° grado della Scala Mercalli)
sul km2 dell’impianto è dell’ordine di 10-5, che scendono
a 10-7 per terremoti di magnitudo 7 (circa equivalente al IX° grado
della Scala Mercalli). Appendice C - L'ipotetico impatto
di un aereo di linea su una centrale nucleare esistente
Recentemente sono stati sollevati dubbi in merito alla resistenza del
contenimento di una centrale nucleare in caso di attacchi suicidi nello stile
di quelli dell’11 settembre 2001 negli USA.
Vale la pena di ricordare alcuni fatti: -
nel 1988 i
laboratori di Sandia condussero un test sull’impatto di un aereo Phantom alla
velocità di 480 miglia orarie (circa 770 Km/h) contro una parete che doveva
simulare quella di un impianto nucleare: l’aereo si sbriciolò (il filmato è
reperibile, ad esempio, al seguente indirizzo: http://www.sandia.gov/news/resources/video-gallery/index.html, oppure http://www.youtube.com/watch?v=TVz5vhNvskk) -
il
contenimento di un impianto nucleare è considerevolmente più piccolo del World
Trade Center, per cui la probabilità di colpirlo molto minore (fig. C.1) -
la struttura
del contenimento di classe nucleare è assai più robusta delle fragili finestre
e delle sottili strutture metalliche del WTC -
se
l’aeromobile colpisse qualche struttura intorno all’edificio di sicurezza il
reattore nucleare si spegnerebbe automaticamente da solo grazie ai suoi
innumerevoli sistemi automatici (anche se venisse distrutta la sala controllo!) -
anche in caso
di impatto laterale difficilmente un aereo di linea potrebbe danneggiare
seriamente l’edificio (fig. C.2) -
se venisse
colpita la ‘testa’ del contenimento, molto probabilmente non si riuscirebbe
comunque a danneggiare il reattore (che si trova molto al di sotto, in un
‘pozzo’ di cemento) -
anche nella
malaugurata ipotesi che l’aereo riesca a centrare nel punto giusto il
contenimento a tutta velocità (fatto alquanto improbabile a detta degli stessi
piloti di linea), e riesca a danneggiarlo assieme al reattore nucleare, il
rischio principale per la popolazione che vive attorno all’impianto sarebbe
costituto dall’inalazione dello iodio radioattivo. Esiste una contromisura
molto efficace però: consiste nell’assumere pillole di iodio (di cui dispongono
tutti i cittadini in un raggio di 5÷15 km dall’impianto), che saturano la
tiroide entro 10÷15 minuti, impedendo l’assorbimento dello iodio radioattivo. Figura C.1 – Confronto fra le
dimensioni del World Trade Center, il Pentagono, e l’edificio di contenimento
di un impianto nucleare [1] Figura C.2 – Dettaglio costruttivo del muro di contenimento di una tipica
centrale nucleare di tipo occidentale Si rammenti inoltre che le strutture degli aerei di linea sono molto meno
rigide di quello che possono sembrare: trattasi di gusci ‘vuoti’ di lega
leggera, che quindi collassano facilmente urtando contro strutture rigide. I
danni causati dagli attentati dell’11 settembre 2001 al Pentagono (le cui
pareti sono in cemento armato e kevlar, ma non paragonabili a quello di un
contenitore di classe nucleare) infatti si sono concentrati maggiormente sul
primo anello (fig. C.3). Solo i motori, costruiti in acciaio (la cui densità
rispetto a quella dell’alluminio è circa tripla), hanno continuato la loro
corsa, fermandosi al terzo anello e scatenando un incendio. Figura C.3 – Foto del Pentagono
dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Nei circoletti in rosso i segni di
quelli che sembrano i motori del Boeing-757 nel proseguimento della loro corsa. Analogamente per le Twin Towers
(figg. C.4÷C.5): dai filmati e dalle fotografie diffuse si vede chiaramente che
gli aerei si ‘incastrano’ negli edifici, mentre i motori sfondano le strutture
e proseguono la loro corsa. Figura C.4 – Foto degli attacchi
alle Twin Towers dell’11 settembre 200: attacco alla seconda torre; evidenti
nel circoletto in rosso i motori che per
inerzia continuano la loro corsa Figura C.5 – Foto degli attacchi
alle Twin Towers dell’11 settembre 2001: dettaglio del motore del Boeing-767
cerchiato in rosso nella fig. A.4 Appendice D – Alcuni esempi di
sistemi di sicurezza degli impianti esistenti Al fine di garantire un adeguato livello di
sicurezza in qualsiasi condizione operativa e/o incidentale, oltre alle
barriere ingegneristiche di tipo passivo già descritte nel par. 2 si aggiungono
poi una lunga serie di sistemi di sicurezza, attivi e passivi, atti a prevenire o gestire le più svariate condizioni
incidentali.
Uno dei principali sistemi di sicurezza degli attuali impianti è il controllo di pressione del contenimento.
Uno dei suoi componenti è costituito dal sistema di spray (fig. D.1), che attinge
acqua ad una riserva (dell’ordine del milione di litri) e pompa acqua agli
spruzzatori al di sopra del reattore, col fine, in caso incidentale di rottura
della tubazione primaria, di favorire la condensazione del vapore (e quindi
l’abbattimento della pressione) e la ritenzione dei prodotti di fissione
volatili. Figura D.1 – Sistema di spray di
sicurezza all’interno del contenimento [3]
Se si prende a riferimento, ad esempio, un impianto PWR si hanno i seguenti
sistemi: -
HPIS (High-Pressure Injection System): entra
in funzione quando si ha una moderata caduta di pressione nel circuito primario
(da 15,5 MPa a 11 MPa). Ciò può essere dovuto ad una piccola rottura del
circuito primario. Tale sistema provvede ad iniettare nel circuito acqua borata
(un veleno neutronico che rallenta la reazione a catena) -
In caso di
rottura di entità maggiore entra in funzione l’Accumulator Injection System: trattasi di contenitori di acqua
borata tenuti sotto un battente di azoto alla pressione di 1,4÷4,1 MPa. In caso
la pressione scenda al di sotto di tale valore le valvole si aprono
automaticamente iniettando nel ‘ramo freddo’ del circuito acqua borata fredda.
Trattasi di un sistema passivo, in quanto non necessita dell’intervento
di pompe azionate elettricamente -
Se la
pressione si riduce ulteriormente entrano in funzione gli LPIS (Low-Pressure Injection System): tale
sistema utilizza le pompe e gli scambiatori di calore del sistema di rimozione
residua del calore. Sono, come gli HPIS, un sistema attivo, che richiede
l’intervento di pompe azionate elettricamente. Le normative in merito alla progettazione degli ECCS sono severe: la NRC[23]
richiede, in ogni caso, sia per reattori di tipo PWR che BWR [4], il rispetto,
in caso di LOCA, delle seguenti condizioni (10 CFR 50): -
la
temperatura dell’incamiciatura non deve superare i 1204 °C (limite della
reazione dello zircaloy con acqua per la formazione di idrogeno) -
l’ossidazione
totale in seguito ad interazione col vapore non deve superare il 17 % dello
spessore iniziale dell’incamiciatura -
la quantità
totale di idrogeno generato dalla reazione chimica fra zirconio e acqua o
vapore non deve superare l’1% del quantitativo che verrebbe generato se tutta
l’incamiciatura reagisse -
deve essere
mantenuta la geometria dell'elemento di combustibile (al fine di poter inserire
le barre di controllo in qualunque situazione e di poter refrigerare il nocciolo) -
la
temperatura del nocciolo deve poter essere mantenuta ad un valore
sufficientemente basso per un adeguato lasso di tempo Ogni impianto nucleare dispone inoltre di almeno 2 generatori Diesel di emergenza (spesso però sono anche di più),
pronti a partire in pochi secondi ed a fornire elettricità ai sistemi ausiliari
di sicurezza in caso di situazione incidentale e contemporanea messa fuori uso
delle linee elettriche di alimentazione esterne (figg. D.2 e D.3). Vengono
testati almeno 1÷2 volte al mese, dispongono di riserve di aria compressa o di
cartucce esplosive, e diverse volte all’anno vengono fatti funzionare per 24
ore per assicurarsi del loro funzionamento.
Figura D.2 – Dettagli di
generatori diesel per impianti nucleari [3] Figura D.3 – Scudo di protezione
da missili generati da tornado per la conduttura di aspirazione [3] In particolare il reattore consente di risparmiare il 17 % del consumo di
uranio, riducendo del 15 % la produzione di attinidi e guadagnando il 14 % nel
rapporto fra energia elettrica prodotta contro rilascio termico nell’ambiente. Un insieme di 4 sottosistemi (fig. E.1), o “treni”, ridondanti che
provvedono al raffreddamento di emergenza del core[24], ognuno
in grado di svolgere l’intera funzione di sicurezza autonomamente, sono
localizzati in zone diverse dell’impianto e separati gli uni dagli altri: in
tal modo il pericolo di malfunzionamento contemporaneo in seguito ad incidente
(ad esempio incendio o impatto aereo) viene evitato. Figura E.1 – Sistemi di ‘treni’
indipendenti del reattore EPR [8]
Figura E.2 – Dettagli
dell’edificio di contenimento del reattore EPR [8] Anche in tale remotissima ipotesi, l’impianto prevede un sistema di
raccolta (core catcher) del
combustibile nucleare fuso (corium)
per il suo confinamento e raffreddamento[25], realizzato in metallo e ricoperto da
calcestruzzo ‘sacrificale’ (fig. E.3). L’obiettivo della vasta area di
spargimento (170 m2) è quello di promuovere il raffreddamento del
corium. Il trasferimento di quest’ultimo dal reattore all’area di spargimento
avrebbe inizio con un dispositivo passivo: la fusione di un ‘tappo’ di acciaio.
Dopo lo spargimento si avrebbe l’affogamento con acqua con dispositivi passivi
(per gravità): tale sistema porterebbe alla stabilizzazione del corium entro
poche ore ed alla sua completa solidificazione entro pochi giorni. Figura E.3 – Deposito di acqua e
area di ritenzione del corium
all’interno del contenimento [8]
Figura E.4 – Contenitore di
sicurezza del reattore [8] Ulteriori aspetti di sicurezza del reattore EPR riguardano: -
Le azioni di
protezione e salvaguardia dell’impianto in caso di incidente sono
automatizzate. Non viene richiesta alcuna azione dell’operatore prima di 30
minuti[27] -
Nell’eventualità
di incidente severo, per prevenire la perdita di integrità del contenimento nel
lungo periodo, è necessario prevedere opportuni mezzi che limitino l’aumento di
pressione a causa del calore di decadimento. A tale fine sono dedicati una
sistema duale di spray con relativo scambiatore e pozzo di calore (fig. E.5) -
Il guscio
interno è progettato per resistere alla pressione che potrebbe generarsi in
seguito alla combustione dell’idrogeno generato, in caso di incidente, dalla
reazione fra la lega di zirconio e l’acqua. Inoltre i dispositivi ricombinatori
(che ‘bruciano’ l’idrogeno gradualmente) ne mantengono la concentrazione sempre
al di sotto del 10 %, scongiurando in questo modo ogni pericolo di detonazione
(tale gas è esplosivo in un range di concentrazioni [14] comprese fra il 15 ed
il 59 %) -
In caso (vale
la pena di ripeterlo: remotissimo) di meltdown, rimane come ulteriore barriera
il contenimento. Vengono quindi prese opportune misure per mantenerlo integro e
a tenuta: 1.
un liner
metallico interno da 6 mm che ricopre il guscio interno di calcestruzzo armato 2.
le
penetrazioni nel contenimento sono equipaggiate con valvole di isolamento
ridondanti e dispositivi di ricupero delle perdite 3.
l’intercapedine
fra i due gusci è mantenuta in leggera depressione per consentire il recupero
di eventuali perdite 4.
sono previsti
opportuni sistemi di ventilazione e filtraggio Figura E.5 – Sistemi di sicurezza
del reattore EPR A scopo informativo vale la pena di ricordare che si prevede che l’impianto
EPR di Olkiluoto cominci ad essere commercialmente operativo nel 2010 (fig. E.6). Figura E.6 – Rappresentazione del
sito di Olkiluoto a completamento dei lavori di realizzazione dell’impianto EPR Alla metà degli anni '50, una serie di studi sul reattore a gas ad alta
temperatura sono stati iniziati in paesi differenti come il Regno Unito, gli
Stati Uniti e la Germania. Essi hanno infine condotto alla costruzione di tre
prototipi (DRAGON nel Regno Unito, Peach Bottom negli Stati Uniti
e AVR in Germania). Questi reattori sono caratterizzati da un core
completamente ceramico e da un refrigerante neutronicamente non attivo e non
corrosivo (He) in modo da poter avere alte temperature operative. Il
combustibile è costituito da una miscela semi-omogenea di uranio e/o torio e/o
plutonio in forma di ossidi (o, al limite, di carburi) all'interno di una
struttura di grafite che svolge le funzioni di moderatore e di riflettore. E'
stato possibile raggiungere un alto burnup del combustibile grazie alla
diluizione del combustibile ed al migliore comportamento della grafite
irraggiata rispetto al rivestimento metallico. Gli alti fattori di conversione
attesi erano dovuti all'assenza di veleni neutronici nella grafite e alle
proprietà neutroniche eccellenti dell' U233 ottenuto dalla
fertilizzazione del Th232. La grande capacità termica del core e la
sua bassa di densità di potenza costituiscono la ragione della lenta
progressione dei potenziali incidenti con molto tempo a disposizione per
l'intervento. La autoregolazione del reattore in seguito ad escursioni di
reattività è garantita da un intrinseco coefficiente negativo di temperatura.
Queste caratteristiche sono alla base dell'interesse per lo sviluppo dei
reattori a gas ad alta temperatura (o HTGR, High Temperature Gas cooled
Reactor, come questi reattori sono chiamati negli Stati Uniti). Nei primi progetti, il combustibile (ossido o carburo di uranio) era posto
semplicemente in un rivestimento di ceramica; ciò conduceva ad un rilascio
molto alto dei prodotti di fissione nel circuito primario. Di conseguenza,
l'AVR ed il DRAGON sono stati progettati con un doppio contenitore a pressione
e con sistemi altamente specializzati di purificazione dell'elio. L'innovazione fondamentale nel campo della tecnologia degli HTR è stata
l'invenzione della particella rivestita del combustibile (CP, Coated Particle) che è stata concepita
praticamente allo stesso tempo (1957-1961) dall' UKAEA in Gran Bretagna (Huddle,
Goeddel) e da Battelle (Oxley) negli Stati Uniti. Nessun brevetto è
stato richiesto per questa pietra miliare della tecnologia degli HTR. Ci sono principalmente due tipi di CP:
Le particelle BISO sono state prodotte in grandi quantità per i primi
reattori HTR sperimentali e dimostrativi mentre le particelle TRISO (figg. F.1
e F.2) sono state sviluppate successivamente per gli HTR con ciclo diretto di
elio in turbina che richiedono un circuito primario molto pulito. Figura F.1 – TRISO CP [12]
Figura F.2 – Struttura interna della TRISO CP
[12] Differenti tipi di elemento di combustibile sono
stati sviluppati per gli HTR (fig. F.3): ·
elementi di
tipo a sfera o Pebble (omogenea distribuzione delle CP nelle pebble
stesse come mostrato in fig. F.4; ·
elementi di
tipo Block type (CP concentrate in compact
costituenti le barrette a loro volta inseriti in un matrice di grafite come mostrato
in fig. F.5); ·
elementi di
tipo Pin-in-Block (dove i compact
simili ai precedenti ma forati centralmente sono incamiciati prima di essere
inseriti in un matrice di grafite). Figura F.3 – Differenti tipi di elemento di combustibile per HTR [12] Figura F.4 – Elementi di combustibile del tipo a pebble [12] Figura F.5 – Elementi di combustibile di tipo block type [12] Come già detto, l’elemento fondamentale della
sicurezza per i reattori HTR è costituito dal fatto che gli esperimenti di surriscaldamento per simulare
situazioni incidentali hanno indicato che i prodotti di fissione sono
trattenuti praticamente del tutto (in assenza di acqua e di aria) nelle
particelle TRISO per temperature inferiori a 1600 °C (figg. F.6 e F.7). Inoltre la
bassa densità di potenza tipica di questi reattori (qualche KW/l) fa si che
anche questa temperatura non venga mai raggiunta. Figura F.6 – Frazione di rottura delle microsfere in funzione della temperatura[28] Figura F.7 – Frazione di rilascio dei prodotti di fissione gassosi in funzione della
temperatura[29] Uno dei più importanti contributi alla
dimostrazione sperimentale della sicurezza intrinseca dei reattori HTR è stata
fornita con la simulazione di un incidente di
perdita completa del refrigerante per il reattore AVR [12]. Il test è stato effettuato nel periodo 14÷19 Ottobre del 1988. Poiché l'AVR non era dotato di un sistema di
rimozione rapida dell'elio, dopo l'arresto delle soffianti furono necessari
circa tre giorni per effettuare questa rimozione, in quanto il gas doveva
essere pompato in opportuni recipienti, realizzando una graduale
depressurizzazione. Durante tale periodo il calore di decadimento sarebbe
diminuito a livelli molto inferiori a quelli che si avrebbero immediatamente
dopo un incidente reale di LOCA. Per rendere realistica la simulazione è stato
dunque necessario prevedere una generazione di calore dopo il normale
spegnimento e raffreddamento del reattore, tale da simulare la produzione di
calore (dovuta al decadimento dei prodotti di fissione) in un LOCA reale dopo
lo scram[30] (fig. F.8).
Si è quindi subito pensato al calore generato tramite potenza di fissione con
l'evidente vantaggio di poter fermare il test in qualunque momento, inserendo
le barre di controllo. Il test di LOCA compiuto sul reattore AVR ha dimostrato
che, durante tale transitorio, le temperature del combustibile e dei componenti
rimangono sotto i limiti di rischio e che il coefficiente di temperatura si
conserva negativo. È anche opportuno sottolineare che in questa esperienza il
calore è stato rimosso dal nocciolo esclusivamente con mezzi passivi, così come
previsto negli attuali HTR. L'importanza di questo esperimento è che è stato
dimostrato sperimentalmente il possesso da parte degli HTR di caratteristiche
di sicurezza intrinseca in caso di LOCA, confermando i risultati già ottenuti
per via teorica con opportuni codici di calcolo. Figura F.8 – Simulazione dei livelli di potenza di decadimento dopo lo scram tramite la
potenza di fissione [12] Nella fig. F.9 sono riportati gli andamenti temporali di alcune temperature
misurate durante il test in varie zone del nocciolo. Si è constatato che tali
temperature (ottenute attraverso strumentazione delle pebble) sono sempre state
minori di 1000°C, ben al di sotto della temperatura per la quale è assicurata
la completa ritenzione dei prodotti di fissione da parte delle microsfere. Figura F.9 – Risultati sperimentali del test di LOCA condotto il 14÷19 Ottobre del 1988[12] Un passo fondamentale ai fini della sicurezza, oltre che dell'economia, è
stato il passaggio al ciclo diretto, escludendo la possibilità di ingresso di
acqua nel nocciolo ed apportando notevoli semplificazioni impiantistiche. La
fig. F.10 indica gli elementi dell'impianto che sono stati eliminati. Figura F.10 – Semplificazioni
apportate nel progetto GT-MHR rispetto ad un impianto LWR [12] Questa possibilità ha condotto quindi allo sviluppo dei reattori a
temperatura elevata modulari (MT-HTR) che sono progettati (densità di potenza
bassa e più alto rapporto di altezza/diametro del core) in modo che questa
temperatura non possa essere oltrepassata, neppure nel caso di
depressurizzazione, sfruttando la rimozione passiva di calore di decadimento
(fig. F.11). Tutte le simulazioni numeriche di transitori sviluppate dalla General Atomics, dalla Framatome, dalla JAERI, dal progetto HTR-L
e dalla CEA (vedi rif. [12]) hanno
confermato che in nessun caso in nessun punto del core la temperatura di 1600
°C viene mai raggiunta. Figura F.11 – Irraggiamento e conduzione passivi del contenimento Dal punto di vista della sicurezza, l'introduzione
del ciclo diretto ha, di fatto, eliminato la possibilità dell'incidente
conseguente all'ingresso di acqua nel core. Ulteriore dettagli sugli aspetti di sicurezza
relativi a questi reattori possono essere trovati nel rif. [12]. Gli autori desiderano ringraziare per la cortese
collaborazione prestata il Prof. S. Paci e l’Ing. P. Fornaciari.
[1] Nuclear Energy Institute – http://www.nei.org/documents/multiple_layers_of_safety.htm [2] B. Guerrini, S. Paci – “Appunti di Impianti Nucleari – Parte IIA: Filiere” – SEU [3] The Virtual Nuclear Tourist – http://www.nucleartourist.com/ [4] S. Glasstone, A. Sesonske – “Nuclear
Reactor Engineering” – Chapmann & Hall [5] B. Guerrini, S. Paci – “Appunti di Impianti Nucleari – Parte I: Aspetti Generali” – SEU [6] Ing. Paolo Fornaciari – Comunicazione privata [7] P. Fornaciari – “Il petrolio, l’atomo e il metano – Italia nucleare 1946-1997” – 21mo
Secolo, 1997 [8] http://www.areva-np.com/scripts/info/publigen/content/templates/show.asp?P=1655&L=US [9] V. Romanello, G. Lomonaco, N. Cerullo – “I Veri Costi dell’Energia Nucleare” – DIMNP,
NT1127(2006) – http://www2.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/Costi.pdf [10] V. Romanello, G.
Lomonaco, N. Cerullo – “La Sistemazione
in Sicurezza delle Scorie Nucleari” – 21mo Secolo, n. 3 Luglio
2005 - http://www2.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/La%20sistemazione%20in%20sicurezza%20delle%20scorie%20nucleari.pdf [11] V. Romanello – “Analisi di alcune peculiari potenzialità degli HTR: la produzione di
idrogeno ed il bruciamento degli attinidi” – Tesi di Laurea in Ingegneria
Nucleare –Relatori: Prof. N. Cerullo, Prof. G. Forasassi, Prof. B. Montagnini,
Ing. G. Lomonaco – http://etd.adm.unipi.it/theses/available/etd-10152003-181233/ [12] G. Lomonaco – “I recenti sviluppi dei reattori a gas ad alta
temperatura. La collocazione di questi impianti nel futuro panorama energetico
mondiale. Il programma europeo HTR-N e l’attività di ricerca svolta dal DIMNP
nel suo ambito” – Tesi di Laurea
in Ingegneria Nucleare – Relatori: Prof. N. Cerullo, Prof. G. Forasassi, Prof.
B. Montagnini
– http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=10251 [13] G. Petrangeli – “Sicurezza Nucleare” –
ETS, Pisa 2003 [14] G. Lomonaco – “Problematiche di sicurezza nella produzione di
idrogeno mediante impianti HTR” –
Tesi di Laurea in Ingegneria della Sicurezza Industriale e Nucleare – Relatori:
Prof. M. N. Carcassi, Prof. N. Cerullo – http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=10361 [15]
E. Bomboni – “Le scorie nucleari: analisi
della loro possibile riduzione mediante cicli del combustibile innovativi” – Tesi di Laurea in Ingegneria Nucleare –
Relatori: Prof. N. Cerullo, Prof. G. Forasassi, Ing.. G. Lomonaco, Ing. V.
Romanello – http://etd.adm.unipi.it/theses/available/etd-06122006-143839/ [1] International Atomic Energy Agency [2] Attualmente ceramica [3] In quanto il reattore era stato progettato per
produrre Pu WG il che richiedeva un ricambio del combustibile molto frequente,
cosa non effettuabile con un contenimento di tipo occidentale [4] LOCA: Loss
Of Coolant Accident, ossia
incidente da perdita di refrigerante. Rappresenta uno degli scenari peggiori
cui l’impianto può andare incontro. Dopo lo spegnimento del reattore nucleare
per mezzo delle barre di controllo i prodotti di fissione continuano a
decadere, generando calore. Dopo circa un’ora la potenza del reattore si riduce
all’1% circa di quella di esercizio (allo 0,5 % dopo un giorno). Su 3000 MWth
si ottengono potenze di decadimento dell’ordine di 30 MWth, potenza
consistente (pari a quella di circa 60 autotreni). Quest’ultima va smaltita,
altrimenti la temperatura del combustibile continua a salire fino al
danneggiamento e conseguente rilascio dei prodotti di fissione. Per smaltire la
potenza di decadimento dei prodotti radioattivi è sufficiente mantenere
costantemente sotto un battente di acqua il combustibile [5] Detti anche snubbers [6] Cladding [7] Pozzo secco [8] Piscina di raccolta [9] Circuiti di raffreddamento [10] Department Of Energy [11] I nomi dei Ministeri e degli Enti coinvolti
risalgono a qualche anno fa [12] Legenda: RPS – Rapporto Preliminare di Sicurezza, RTC – Relazione Tecnica
di Commento, RM – Relazione del Ministero [13] La sezione di cattura dell’uranio 235 – parametro
che indica il rateo di fissioni e quindi di produzione di energia-, isotopo
fissile dell’uranio, è alta per neutroni ‘termici’, ossia rallentati ad energie
dell’ordine di 0,025 eV. Alla nascita per fissione questi possiedono energie
dell’ordine di 2 MeV (milioni di eV!): la sezione di cattura a tali energie è
molto più bassa. Di conseguenza, se i neutroni non vengono ‘moderati’ la
reazione a catena si ‘spegne’ [14] Ossia del rateo di fissioni nucleari, direttamente
proporzionali alla potenza termica prodotta dal reattore [15] β rappresenta la frazione di neutroni ritardati
nella fissione nucleare. Nonostante la grande maggioranza dei neutroni vengano
emessi istantaneamente, una piccola frazione pari allo 0,65 % del totale
nell’uranio 235, viene emessa nell’arco di qualche decina di secondi. Tale
frazione è determinante per il controllo del reattore (che viene progettato in
maniera tale da essere critico grazie al contributo dei neutroni ritardati).
Una situazione molto pericolosa da evitare è quella in cui si ha un reattore ‘pronto critico’, ossia quando la
criticità viene raggiunta indipendentemente dalla frazione di neutroni
ritardati (data la moltiplicazione esponenziale delle fissioni) [16] Il Roentgen misura l’esposizione alle radiazioni ionizzanti, ovvero la capacità di
ionizzazione che può essere prodotta in seguito ad una determinata esposizione
a raggi x o gamma. 1 Roentgen equivale, in unità SI, alla quantità di
radiazione capace di produrre una carica di 2,58·10-4 coulomb in 1
Kg di aria secca. Le dosi generalmente coinvolte nelle normali operazioni sono
dell’ordine dei milliRoentgen/ora. Per i tessuti molli e radiazioni
elettromagnetiche è: 1 Roentgen ≈ 1 Rad
= 1 REM. I primi effetti sul corpo umano si cominciano ad osservare per
equivalenti di dose di 5 REM (0,05 Sievert) [17] 1 Curie = 3,7·1010 Becquerel, unità di
misura della attività (ossia del numero di disintegrazioni al secondo). 1 curie
equivale all’attività di 1 grammo di radio (mentre 1 Bequerel rappresenta 1
disintegrazione al secondo) [18] Anatoliy Dyatlov fu rilasciato dopo cinque anni
di prigionia. Scrisse un libro in cui sosteneva che la causa primaria
dell’incidente risiedeva nel progetto sbagliato dell’impianto, non nel
comportamento degli operatori. Nel 1995 morì a causa di una esposizione pari a
5,5 Sievert (550 REM) cui fu sottoposto durante l’incidente [19] In realtà alcune stime ‘catastrofiste’ si basano
sul principio di linearità senza soglia. Trattasi di un principio adottato
dalla prassi radioprotezionistica per motivi prudenziali, ma del tutto privo di
fondamento scientifico. Sono ben noti infatti gli effetti delle radiazioni ad
alti equivalenti di dose, ma è praticamente impossibile investigarne in maniera
deterministica gli effetti a basse dosi. Il principio di linearità senza soglia
appare del tutto irragionevole, perché non ammette il ricupero da parte dell’organismo
e la riparazione dei tessuti. In termini semplici equivale a dire che se
distribuisco carezze a un milione di persone o pugni ad un centinaio , gli
effetti sanitari sono gli stessi! [20] Ad esempio la dose assorbita mediamente dalla
popolazione italiana è stata pari a quella di una comune radiografia, ma meno
pericolosa perché ‘diluita’ nell’arco di una settimana. La proibizione del
consumo di verdure a foglia larga fu imposta per precauzione: in realtà esse
presentavano una attività pari a 4 microcurie al Kg, da confrontare con la
radioattività del corpo umano (del tutto naturale, dovuta agli isotopi
radioattivi del potassio e del carbonio) dell’ordine del microcurie! [21] Terremoto di Riferimento A: terremoto che produce sul sito il massimo movimento vibratorio
ipotizzabile considerando le caratteristiche geologiche e sismiche della
provincia tettonica comprendente il sito e le zone limitrofe, assieme alle
caratteristiche meccaniche dei materiali sottostanti [22]Terremoto di Riferimento B: terremoto che produce sul sito il massimo
movimento del terreno che ragionevolmente potrebbe verificarsi durante la vita
dell’impianto considerando le caratteristiche geologiche e sismiche della
provincia tettonica comprendente il sito e le zone limitrofe, assieme alle
caratteristiche meccaniche dei materiali sottostanti [23] Nuclear Regulatory Commission [24] Il core
(o nocciolo) del reattore nucleare è l’ alloggiamento del combustibile nucleare
dove avvengono le reazioni nucleari e quindi la produzione di energia;
necessita quindi di refrigerazione anche dopo lo ‘spegnimento’ del reattore [25] Bisogna sfatare alcuni miti in merito alle
conseguenze del meltdown. In un film del 1979 di James Bridges dal titolo
‘Sindrome cinese’ (The China Syndrome),
con Jane Fonda, Jack Lemmon e Michael Douglas, si sostiene che se l’uranio
rimane ‘scoperto’ “…fonde attraverso la
base della centrale, in teoria arrivando fino alla Cina (!), ma naturalmente,
appena incontra una falda d’acqua sotterranea esplode nell’atmosfera creando
nuvole radioattive…rendendo un’area come la Pennsilvania permanentemente
inabitabile, per non parlare dei casi di cancro che si avrebbero in seguito”. Naturalmente tali affermazioni sono completamente assurde e del tutto prive
di qualsiasi fondamento scientifico: -
se anche un corpo
attraversasse tutto il pianeta per fuoriuscire dalla parte opposta, partendo
dagli USA – che si trovano nell’emisfero nord - , giungerebbe nell’Oceano
Indiano, vicino alle coste australiane – che si trovano nell’emisfero sud, e
non certo in Cina -
giunto al
centro della Terra qualunque oggetto si fermerebbe, perché banalmente li la
forza di gravità sarebbe pari a zero -
ci si
dimentica che il sottosuolo terrestre è una grande fornace nucleare: infatti
solo 100 km (mediamente) su 6000 – ossia una ‘pellicola’ – è costituita dalla
crosta terrestre. Il sottosuolo è costituito in gran parte da roccia fusa per
le altissime temperature, legate per l’80 % al decadimento radioattivo dei
minerali (a base di uranio, torio, ecc.) presenti. E’ ovvio quindi che anche se
il nocciolo fuso giungesse in tale zona vi si ‘diluirebbe’ -
in realtà il corium potrebbe al massimo scavare
qualche decina di metri nel terreno, poi incontrerebbe una falda d’acqua.
L’acqua tenderebbe a raffreddare la massa fusa (nella quale intanto la reazione
a catena si sarebbe completamente spenta, a causa dell’accumulo dei veleni,
della geometria non ottimale, ecc.). Difficile credere ad un’esplosione
improvvisa e catastrofica: il nocciolo del reattore infatti, in condizioni
ottimizzate per la produzione di energia, si trova immerso in acqua nel normale
funzionamento! [26] Ossia quel combustibile che, dopo aver
soggiornato all’interno del reattore ed aver erogato energia (in misura pari al
burnup), viene estratto e posto nelle
piscine di decadimento a raffreddarsi fino allo smaltimento definitivo
(riprocessamento o smaltimento in siti geologicamente stabili). E’ costituito
in massima parte da uranio (circa il 95 %), ma anche da prodotti di fissione
(3-4 %), plutonio (1 % circa), ed attinidi minori (circa 0,1 %) [27] Caratteristica importante: nel caso
dell’incidente di Three Mile Island,
avvenuto il 28 marzo del 1979, l’operatore fu ‘bombardato’ da una serie di
allarmi, e una concausa dell’incidente fu dovuta ad una sua mossa affrettata ed
azzardata [28] In assenza di acqua e di aria [29] In assenza di acqua e di aria [30] Scram: spegnimento rapido del reattore, spesso attraverso l’inserimento
rapido delle barre di controllo |
Indice Premessa Glossario 1 - La filosofia della sicurezza negli impianti nucleari 1.1 - Obiettivi della Sicurezza Nucleare 1.2 - L'approccio di base della Sicurezza Nucleare 2 – La Sicurezza Nucleare degli impianti esistenti e futuri 2.1 - I reattori esistenti (Generation II) 2.2 - Generation III e III+ (EPR e HTR) 2.3 - Generation IV 3 - Procedura Autorizzativa per l'avvio di un impianto nucleare 3.1 - Fase A: Ottenimento da parte del richiedente del nulla osta di costruzione 3.2 - Fase B: Approvazione dei Progetti Particolareggiati 3.3 - Fase C: Approvazione del Progetto delle Prove Combinate d’Impianto 3.4 - Fase D: Esecuzione delle Prove Combinate d’Impianto 3.5 - Fase E: Approvazione del Piano d’Emergenza Esterno 3.6 - Fase F: Approvazione del Programma Generale delle Prove Nucleari 3.7 - Fase G: Esecuzione delle Prove Nucleari 3.8 - Fase I: Licenza di Esercizio 4 - Conclusioni Appendice A - L’incidente Nucleare di Chernobyl Appendice B - Considerazioni di Carattere Sismico Appendice C - L'ipotetico impatto di un aereo di linea su una centrale nucleare esistente Appendice D – Alcuni esempi di sistemi di sicurezza degli impianti esistenti Appendice E – Il reattore EPR Appendice F – Il reattore HTR Ringraziamenti Bibliografia |