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L'INGANNO MEDIATICO E LE PANZANE NUCLEARI
V. Romanello Aprile 2009 Mi ero ripromesso di intervenire sempre meno nel dibattito in corso nel
nostro Paese in merito all’utilizzo pacifico dell’energia nucleare. Tale
aspetto a quanto pare ha subito una forte accelerazione da quando l’attuale
Governo in carica ha annunciato di voler ‘porre la prima pietra (di un impianto termonucleare) entro la
fine della legislatura’, e mi pare stia sfociando troppo spesso in una
eccessiva animosità ed esasperazione. Come se una data fonte energetica potesse
essere di destra o di sinistra, autoritaria oppure democratica. Pura follia
evidentemente: una fonte energetica è una fonte energetica. Tutto qui. E delle
nostre opinioni non se ne cura affatto. Sta a noi poi dimostrare che siamo
usciti dal Medioevo, che abbiamo imparato la lezione, e che adesso affrontiamo
la vita con un approccio ben più
pacifico e razionale (come lo stesso Albert Einstein si augurava, altrimenti ci
avrebbe ‘mandati al diavolo’). Sono stato ripetutamente sollecitato ad esprimermi da amici e conoscenti in
merito alle tesi esposte durante la trasmissione Report del 29 marzo dal titolo ‘L’inganno’. Ho guardato allora la trasmissione di cui sopra e, credetemi, lo dico con
rammarico e senza alcun intento polemico, sono contento di non essere più
abbonato e di non corrispondere più un canone alla RAI (anche se devo dire che
ho l’impressione che l’intero sistema televisivo stia conoscendo una deriva
piuttosto allarmante). L’argomento era interessante ed importante, ma mi
aspettavo un approccio meno ideologico e ben più ‘super partes’. Invece no: sono state presentate solo ed
esclusivamente le tesi anti-nucleariste, non una sola tesi a favore. Questo può
significare solo due cose: o che tesi favorevoli non ce ne sono (e invece molti
sanno benissimo che così proprio non è!), oppure la trasmissione è andata ‘a
senso unico’, costituendo un vero e proprio mezzo di disinformazione di massa.
Siccome però non amo fare affermazioni generiche e senza argomentare compiutamente,
di seguito riporto alcune delle tesi sostenute ed il mio relativo commento in
merito, facendo notare che le argomentazioni che seguono non sono ‘tutta farina del mio sacco’, ma fanno
parte degli innumerevoli commenti precisi e piccati espressi dai molti
frequentatori di forum che ho avuto modo di leggere in questi giorni, e che
pertanto cerco per quanto possibile di riassumere, seppur per sommi capi. Ognuno di noi consuma circa 1000 watt: in realtà il cittadino italiano ne
consuma 5000, ma come sistema. 1000 Watt richiesti da ognuno di noi e 5000 richiesti dal sistema. In mezzo
ci sono 4000 watt di spreco: per eliminarli dovremmo cambiare paradigma. A parte il fatto, lo ribadisco per l’ennesima volta, che quel che si
consuma è il chilowatt-ora, ossia l’energia. La potenza, ovvero i chilowatt (o
i watt), si possono solo ‘impegnare’. L’energia consumata nel 2005 da ogni italiano è stat pari circa 5366 kWh, ossia circa 14,7 kWh
giornalieri. Troppi? Sprechi di sistema? Vediamo di fare due conti: - 8 ore di lavoro al computer x 200 watt/ora = 1,6
kWh - 8 ore x 1 lampadina da 50 watt = 0,4 kWh - riscaldamento acqua sanitaria: almeno 1 kW x 0,5
ore = 0,5 kWh - riscaldamento di casa: immagino di scaldare 8 ore
al giorno per ¼ dell’anno una casa in cui vivono due persone, con una potenza
della caldaia di 20 kW. Allora sarà: (2 ore x 20 kW)/2= 20 kWh - uso di una utilitaria della potenza di 50 kW per 1
ora al giorno: immagino l’autovettura eroghi metà della sua potenza di targa.
Avrò: 1 ora x 25 kW = 25 kWh. Se preferiamo possiamo fare anche un conto più
semplice: immagino di usare la mia autovettura per un’ora al giorno ad una
velocità di 50 km/h: consumerò circa 2,5 litri di gasolio, e allora siccome il
potere calorifico dello stesso ammonta a 10˙200 kcal/kg (ossia 40,9 MJ/kg), e
considerando una densità di 0,85 kg/litro, si ottiene un consumo di energia di
poco più di 24 kWh. Totale: 47,5 kWh al giorno (almeno!). Cioè il triplo di quello che consuma
mediamente il cittadino italiano medio (ovvio, poichè non tutti consumano la
stessa quantità di energia in un campione di popolazione vasto come quello di
una intera nazione). Quaesto significa che uno che segue lo stile di vita di
cui sopra chiede troppo. Se lo facessero tutti si consumerebbe circa il triplo
dell’energia. E badate bene che in tutto questo non ho preso in considerazione i consumi
delle industrie del vetro, della carta, dell’acciaio, dei treni, ecc., che
invece pur dovrò mettere in conto. Mi pare quindi le cose non vadano poi così
male, e sono curioso di sapere chi sarebbe disposto a rinunciare a quanto sopra
in nome di una decrescita felice (!),
tanto per cambiare ‘il paradigma’. Io
no, sinceramente, non me ne vogliate. In molti si chiedono: “Non è esagerato mettere in moto una reazione
nucleare per scaldare l’acqua?”. Forse bisognerebbe far sapere che qualsiasi centrale termica serve a
scaldare l’acqua, che poi diventa vapore, aziona le turbine, queste degli
alternatori che a loro volta generano la preziosissima ed utilissima energia
elettrica. A parte il turbogas: quello scalda l’aria (che però poi, nei famosi cicli combinati, poi finisce ancora per
scaldare anche l’acqua!). Forse si farebbe persino un pò di informazione se si dicesse che a parte
l’energia idroelettrica, quello di ‘scaldare l’acqua’ è l’unico modo in cui
viene prodotta l’elettricità, ad oggi, in maniera economica ed abbondante
(escludendo quindi le fonti rinnovabili). CRIIRAD: commissione indipendente di
scienziati. Che dicono che:
Intanto mettiamo subito in chiaro una cosa: dire una cosa diversa da quella
che dice la ‘scienza ufficiale’ è sempre possibile, ma non rende automaticamente colui che lo fa un
grande scienziato, né tanto meno lo rende automaticamente
più credibile rispetto agli altri. Ma esaminiamo alcune delle cose dette in maggiore dettaglio:
Una tale affermazione si basa evidentemente sul principio
radioprotezionistico della Linearità Senza Soglia (Linear No Threshold), LNT. Tale principio viene applicato nel campo della
radioprotezione solo perchè utile a livello operativo, ma non necessariamente
corrisponde alla realtà effettiva dei fatti, quindi è quantomeno possibile (e
forse addirittura probabile!) che le stime ottenute applicando tali teorie
forniscano risultati completamente erronei e fuorvianti, privi di qualsiasi
fondamento scientifico. E’ noto infatti che affinchè si possa constatare
una chiara relazione lineare fra incidenza di tumori e dose assorbita si devono
considerare dosi di almeno 100 mSv/anno. Se per alte dosi si è in possesso di
numerosi dati sperimentali, scarsi per dosi medie, non se ne hanno affatto
per basse o bassissime dosi (fig.1). Dunque l’estrapolazione a zero è
puramente matematica, adottata per ovvi scopi normativi e cautelativi dagli
enti radioprotezionistici, ma non supportata da alcuna chiara ed
incontrovertibile evidenza scientifica. Tale valutazione quindi costituisce una
stima ‘massima’, e si parla quindi di stima ‘nominale’. Nel valutare il significato sanitario dei tumori
mortali indotti dalle radiazioni ionizzanti si deve inoltre sempre tenere
presente l’incidenza spontanea degli stessi tra le cause di morte d’una
popolazione, che si aggira su valori dell’ordine del 20% (questo implica che su
1 milione di persone circa 200˙000 moriranno per questa causa). Questa semplice
constatazione fornisce una misura della estrema difficoltà (se non addirittura
dell’impossibilità) di riconoscere l’incidenza delle radiazioni a bassi
equivalenti di dose su tale fenomeno. Considerazioni statistiche mostrano che
per rilevare nell’ambito di un gruppo di controllo un aumento significativo
nell’incidenza dei tumori mortali causati da radiazione è necessario seguire
fino alla morte un gruppo di almeno 1000 persone che abbiano assorbito una dose
di 1 Grey (che rappresenta peraltro una dose individuale elevatissima, come
riferito in “Elementi di Radioprotezione”, di Carlo Polvani). Si aggiunga poi
che il numero di persone da tenere in osservazione cresce quadraticamente al
decrescere della dose individuale assorbita. D’altro canto se non è provata la teoria LNT,
alcune indicazioni sembrano indicare addirittura il contrario. Principio di linearità senza soglia, tanto per
chiarire con un esempio pratico e vicino alla quotidianità, significa dire che
se somministro un bicchiere di vino rosso al giorno a 10 persone avrò lo stesso
effetto sanitario della somministrazione di 2 litri al giorno dello stesso vino
ad una persona sola. Credo che nessuna persona ragionevole sia disposta
a credere una tal cosa, visto che l’esperienza dice l’esatto contrario. Si deve tenere presente infatti che alcuni effetti
per ‘attivarsi’ hanno sicuramente bisogno di una ‘soglia’. Inoltre il principio
LNT trascura la capacità delle cellule di ‘autoripararsi’ (se fosse vero un
individuo morirebbe dissanguato anche solo per un semplice taglio: sarebbe una
ecatombe!). Non solo. Il fondo naturale medio nel mondo fornisce
equivalenti di dose dell’ordine di 3
mSv (milliSievert). Tale valore però è fortemente variabile da luogo a luogo, e
può variare da un minimo di 1,5 mSv in alcune zone dell’Australia, fino a
valori di 260 mSv nella città
iraniana di Ramsar. Le cause sono del tutto naturali, legate alla presenza del
radio-226 nel sottosuolo portato in superficie dalle sorgenti d’acqua. Ebbene
non si notano effetti sulla popolazione, e questa è una clamorosa smentita del
principio LNT (molto spesso accreditato come valido!). L’argomento credo sia
interessante e degno di nota; si trova un interessante articolo qui: http://www.angelfire.com/mo/radioadaptive/ramsar.html Un interessante studio in merito ai limiti del
principio LNT è stato presentato nel 1998 dal Professor Bernard L. Cohen,
disponibile qui per chi volesse approfodire l’argomento: http://www.world-nuclear.org/sym/1998/cohen.htm. Peraltro vale la pena di citare, per concludere e
per completezza di informazione, che esiste anche la teoria della ormesi da radiazione: secondo tale
teoria basse dosi di radiazioni possono avere addirittura un effetto benefico,
stimolando ‘l’autodifesa’ delle cellule e consentendo quindi una migliore
risposta alle radiazioni ed una minore incidenza dei casi di cancro (fig.2).
Ulteriori studi sono in corso in questa direzione. Fig.1 – Andamento degli effetti
sanitari osservati in funzione della dose assorbita, con relativa
estrapolazione lineare (principio LNT).
I dati epidemiologici sono numerosi per alte dosi, rari per dosi medie, mancanti
per piccole dosi
Diciamo per concludere ancora una cosa, raccontando un aneddoto. Si può
stimare che la probabilità di essere colpiti da un fulmine negli USA sia dell’ordine
di 1 su 280˙000. Roy Cleveland Sullivan
faceva la guardia forestale per il parco nazionale della Virginia; ebbene nei
suoi 71 anni di vita fu colpito ben 7
volte da un fulmine (ma sopravvisse sempre, salvo purtroppo poi suicidarsi
per una delusione d’amore). Un semplice calcolo fornisce una probabilità che
ciò avvenga di 1 su 1,35·1038, ossia 1 su 135 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi. Eppure è
capitato. Questo implica che in ogni attività umana è insito un rischio. Non mi
risulta nessuno rinunci ad uscire di casa per paura di un ‘colpo di fulmine’ (e
l’elenco purtroppo potrebbe continuare in maniera drammatica: la probabilità di
incidente stradale mortale in Italia è dell’ordine di 1 su 10˙000, quella di
fare un terno secco al lotto 1 su 11˙748). 2. Affermazione che sarebbe anche interessante, se fosse provata.
Ricordiamo che tanto il carbonio-14 che il trizio si trovano entrambi in natura
(si formano per interazione dei raggi cosmici con l’azoto atmosferico).
Ovviamente tali elementi si formano anche nei reattori nucleari (il trizio
nelle fissioni ternarie, circa 1 ogni 10˙000). Ricordiamo che l’italiano medio
ingerisce 48 Bq[1]/giorno di tritio naturale,
e che il quantitativo di carbonio-14 naturale presente all’interno del corpo
umano ammonta a circa 3330 Bq (ossia ogni secondo ci da 3330 ‘colpi’ – il
radiopotassio circa il doppio!). Dunque si sostiene la concentrazione di tali elementi sia anomala? Questo
implica si sia trovato un aumento statisticamente significativo
dell’attività di questi nuclidi, e per lo più in una direzione prevalente
(poichè c’è praticamente sempre una direzione prevalente dei venti). Questo è
stato rilevato? Bene, vengano resi pubblici tali documenti (generiche
dichiarazioni non bastano). Con la radioattività non si può ‘barare’: se qualcosa di significativo c’è
si vede, e la cosa bella è che può farlo chiunque abbia i mezzi e la
preparazione giusta. 3. Il sistema di sorveglianza a TMI
(Three Mile Island) ad esempio fu affidato ad una serie di postazioni dotate di
dosimetri termoluminescenti, che si dimostrarono adeguati al loro compito. Si
tratta di cristalli a base di fluoruri che indicano la dose ricevuata
rilasciando una quantità proporzionale di luce una volta che vengono scaldati
in laboratorio. A questo si aggiunga che esistono organi
indipendenti preposti al controllo delle emissioni della centrale (i cui limiti
di legge sono spesso fortemente cautelativi). 4. Il fatto di aver misurato dei
conteggi di 5 volte superiori a quelli del fondo nei pressi dell’impianto
implicherebbe una fuga di raggi gamma dall’impianto di tale portata? Fosse
vero, e fortunatamente non può esserlo, sarebbe grave.
Ma quand’anche lo si volesse provare, lo strumento più adatto sarebbe un
geiger, il più robusto ma anche il più primordiale dei rivelatori, capace di
capire quando viene attraversato da una radiazione ionizzante ma del tutto
inutile per capire l’origine della stessa? Per come è stata mostrata la misura
l’aumento dell’attività potrebbe essere dovuto a qualsiasi cosa, senza alcuna
possibilità di capirlo (raggi cosmici, suolo ricco di radionuclidi di origine
naturale, maggiore presenza di radon, ecc.) L’OMS deve rendere conto alla IAEA.
La risposta di Carlos Dora,
Dipartimento Salute e Ambiente dell’OMS, è ‘assolutamente no’. Danno al genoma
umano, generazione dopo generazione, con effetto devastante incomparabile.
Avremo effetti sulle prossime 20 generazioni. Mi sembra evidente come si cerchi di dimostrare l’indimostrabile, ossia
come l’OMS sarebbe ‘succube’ della IAEA, agenzia preoccupata solo di promuovere
l’uso dell’energia nucleare nel mondo, fregandosene della salute dei cittadini
(quindi evidentemente anche della loro, giacchè anche loro vivono in un mondo
pieno di impianti nucleari!). Non importa se viene ripetuto nel sevizio stesso
che i due enti sono a pari livello. Strano poi che in alcuni casi le agenzie
dipendenti dalle Nazioni Unite siano considerate affidabili e ‘super partes’
(si veda ad esempio il caso dei cambiamenti climatici), mentre quando non
conviene si da una versione completamente opposta. Sostenere poi che le radiazioni hanno prodotto un danno al genoma umano che
si ripercuoterà nelle prossime 20 generazioni comporta che questi illustri
scienziati siano perfettamente in grado di scorporare dall’effetto integrale
dovuto al fumo, al radon, alla radiazione cosmogenica, agli agenti inquinanti,
ecc. il solo contributo delle radiazioni a basse dosi, prevedendo cosa accadrà
per i prossimi secoli. Ovviamente fregandosene altamente di un fatto ben noto e
sotto gli occhi di tutti: ossia la capacità delle cellule di autoripararsi. In Germania uno studio dice che il rischio di tumori infantili è
inversamnete proporzionale alla distanza dalla centrale nucleare. Immagino ci si possa riferire allo studio di Alfred Körblein e Wolfgang
Hoffmann, dal titolo “Childhood
Cancer in the Vicinity of German Nuclear Power Plants” (il link è: http://www.alfred-koerblein.de/cancer/downloads/MGS1999.pdf). Ebbene la prova ricercata dovrebbe essere di tipo statistico, ossia lo
studio ne vuole sconfessare uno precedente, ma non fornisce alcuna spiegazione
sui possibili meccanismi. E questo è molto strano, poichè una delle cose più
facilmente rivelabili e monitorabili è proprio la radioattività. Infatti lo studio conclude: “The
issue of adverse health effects in the vicinity of NPPs is far from resolved
and definitely requires further study.”
Ma questo Report ovviamente non lo
dice: lo da per cosa fatta. Per dare ancora una idea del livello delle
argomentazioni, cito il seguente documento: “Epidemiological
Study on Childhood Cancer in the Vicinity of Nuclear Power Plants
(KiKK-Study)”, liberamente
scaricabile al seguente indirizzo: http://www.bfs.de/de/bfs/druck/Ufoplan/4334_KIKK_Zusamm.pdf. Si riporta che: “This
means that under the model assumptions, 29 of the 13,373 cases diagnosed with
cancer at less than 5 years of age from 1980 to 2003 in Ossia si parla di 29
casi su 13˙373, lo 0.22%. Per chi ne capsice qualcosa di statistica questo la
dice lunga. E infatti poco dopo si dice: “These estimates are rather inconclusive
because they are based on a very small number of cases.” Appunto: praticamente il numero di casi è talmente
basso che non ci credono loro per primi. E si prosegue dicendo
che: “Data
on radiation exposures due to environmental conditions were not used because
they are not available”. Quindi
se anche la relazione leucemie infantili - distanza dagli impianti nucleari
fosse statisticamente provata, non si potrebbe assolutamente provare sia colpa
delle radiazioni derivanti da questi ultimi, poichè non si dispone di alcun
dato in merito (quindi l’effetto potrebbe essere dovuto a qualsiasi altra
causa). E ancora: “For
example, a 50-year-old living at a distance of 5 km from a NPP is expected to
accumulate from 0.0000019 mSv (milli Sievert)(Obrigheim) to 0.0003200
mSv(Grundremmingen) through exposure to airborne emissions from Obrigheim and
Grundremmingen, respectively. Annual exposure in Ovvero l’esposizione in
prossimità agli impianti tedeschi di Obrigheim e Gundremmingen risulta essere
da 1000 a 10˙000 volte inferiore alla
media naturale, pertanto i risultati dello studio non possono essere
spiegati da un punto di vista radiobiologico. Lo studio si conclude dicendo: “This study can not conclusively clarify
whether confounders, selection or randomness play a role in the distance trend
observed.”. Che significa: può
anche darsi sia così, ma in merito alle cause non ne abbiamo la più pallida idea,
quindi per lo meno ulteriori studi vanno
portati avanti. Per ora, quello che
Report ha cercato di far capire, è che se ho il mal di pancia è perchè nel
frigorifero del vicino c’è del cibo avariato. Forse anche possibile, ma tuttaltro
che ovvio mi pare. Un interessante
articolo pubblicato sul Telegraph
riporta la vicenda: (http://www.telegraph.co.uk/scienceandtechnology/science/sciencenews/3321239/Nuclear-power-increases-child-leukaemia-risk.html),
suggerendo però anche una interessante teoria del Prof. Leo Kinlen, epidemiologo dell’Università di Oxford. Una delle
possibili spiegazioni sarebbero da ricercarsi nel fatto che la costruzione di
un grosso impianto nei pressi di una piccola comunità richiede una massiccia
importazione di manodopera; in passato l’incontro fra popolazioni diverse è già
stato associato all’aumento di leucemie, a causa di infezioni portate da virus. Inoltre se si leggono i
dati presentati qui: si nota che purtroppo i
tumori infantili in Italia sono sopra la media europea ed americana. Le
neoplasie fra gli individui in età compresa fra 0 e 14 anni è pari a 175,4
nuovi casi all’anno per milione di abitanti: sono 141 in Germania e 138 in
Francia. Se non ne siamo ancora
convinti possiamo rivolgerci alla seguente fonte: “Incidence of child leukemia ”, fact sheet 4.1, maggio 2007, codice
RPG4_Rad_E1 (fig.3). E’ un documento edito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità,
che niente ha a che fare con la tecnologia nucleare. Ebbene anche li si nota
subito la netta maggiore incidenza del fenomeno in Italia (significativamente
superiore a paesi nuclearizzati come Francia o Svezia). Strano per un Paese
come il nostro che non ha impianti nucleari in esercizio, se la tesi che si è
cercato di dimostrare fosse vera. Ma non basta. Se si legge questo articolo: “Childhood
leukaemia incidence around French nuclear installations using geographic zoning
based on gaseous discharge dose estimates”, di A.S. Evrard et alii, edito
dal British Journal of Cancer (http://www.nature.com/bjc/journal/v94/n9/full/6603111a.html), si determina finalmente che “No
evidence was found for a general increase or trend in the incidence of
childhood leukaemia according to this zoning in the vicinity of the 23 French
nuclear installations considered for the period 1990–2001.”. Quantomeno singolare direi, data la ‘certezza’ con
cui questa tesi veniva riportata nella trasmissione del 29 marzo. Personalmente ritengo
l’argomento sia troppo serio, troppo drammatico, troppo importante per essere
trattato con approssimazione ed in una ottica ideologica: il voler dimostrare
per forza qualcosa per partito preso, concentrandosi su una falsa causa, invece
di farsi guidare dal metodo scientifico, rallenta evidentemente se non
addirittura arresta un adeguato processo di ricerca delle cause che invece, lo
ribadisco, è urgentissimo capire. E questo approccio non è tollerabile. Fig.
3 –Incidenza dei casi di leucemia su bambini di età inferiore a 15 anni nel
periodo 1970-1999
Se una civiltà perde la memoria, e accidentalmente disseppellisce le
scorie? Questo significa che evidentemente lo scenario preso in considerazione è
quello in cui non solo si ‘perde la memoria’, ma per lo più le civilità future
non disporranno nemmeno di un banale contatore geiger (inventato nel 1913!) –
oggetto comunque di routine per le future operazioni di scavo,
indipendentemente dallo sviluppo dell’industria nucleare (poichè è ben noto che
che a produrre rifiuti radioattivi non è solo l’industria nucleare – basti
pensare alle applicazioni di medicina nucleare, che tante vite hanno salvato!). In ogni caso, il problema della comunicazione (con eventuali civiltà
aliene!) fu già studiato dall’astronomo Carl Sagan agli inizi degli anni ’70 in
merito al lancio delle missioni Pioneer
10 ed 11: si desiderava far
capire ad eventuali civiltà aliene che l’avessero rinvenute da dove fossero
partite le sonde, quale fosse la civiltà che l’aveva lanciate, dove si trovasse
nell’universo, e la struttura dell’atomo di idrogeno (per far capire il nostro
livello di sviluppo scientifico). Il tutto su una targa d’oro montata sulle
sonde (fig.4). Fig.4 – Targa montata sulle missioni
spaziali Pioneer 10 ed 11 per
l’eventuale contatto con civiltà aliene
La Francia e l’Italia hanno circa lo stesso numero di abitanti (61˙875˙822
contro 60˙054˙511 nel 2008, rispettivamente). La Francia consuma 11,84 barili
di petrolio per persona all’anno, contro i 10,81 dell’Italia. Come mai, se
produce energia elettrica quasi esclusivamente da fonte nucleare? Semplice: con l’energia nucleare si produce energia elettrica. Il petrolio
in Francia viene usato quasi esclusivamente per i trasporti, come è ovvio (si
veda la fig.5). E in Italia? La situazione è riportata in fig.6: si nota come anche in
questo caso la generazione energetica copre circa l’11%, essendo la maggior
parte spesa nel settore dei trasporti (circa il 51%). Quello che non si è detto è che l’Italia produce più della metà della
propria energia elettrica col gas,
arrivando a consumarne 82˙640˙000˙000 di metri cubi l’anno, ovvero più di
Francia, Svizzera, Portogallo, Danimarca, Romania e Finladia messe assieme (fig.7). Per non dire che la molecola del metano è ben 21 volte più efficace di
quella dell’anidride carbonica nei confronti dell’effetto serra. Fig.5 – Consumo finale dei
prodotti petroliferi in Francia sudivisi per settore (da: http://www.industrie.gouv.fr/energie/statisti/se_petfc.htm) Fig.6 – Consumo finale dei
prodotti petroliferi in Italia sudivisi per settore (da: http://www.eniscuola.net/Grafici/tn/2007830155521.jpg) Fig.7 – Consumi annui di gas
naturale in Europa (intervalli forniti in metri cubi, fonte: http://www.indexmundi.com/map/?t=0&v=137&r=eu&l=it) Il nucleare si dice rappresenti il
40% dell’energia primaria in Francia. Si conta il calore invece dell’elettricità,
e così si gonfiano le statistiche. Il contributo finale al consumo di energia è
del 14%. Tutti dovrebbero sapere che se l’energia elettrica viene prodotta per mezzo
del calore questo viene convertito solo in parte in elettricità: si deve pagare
in altri termini un pesantissimo dazio termodinamico, imposto dalle leggi della
fisica. Tale dazio si aggira sui 2/3 negli impianti esistenti, e questo vale
per qualsiasi fonte di calore, sia essa di origine nucleare o fossile. I
reattori VHTR (Very High Temperature
Reactors), ad alta temperatura, si prevede possano migliorare sensibilmente
questa situazione, arrivando al 50% di conversione. Ma questo cosa vuol dire? Come dire:
compro un chilo di arance, ma siccome me le danno con la buccia, ne pago solo 800
grammi. Credete l’ortolano sarebbe d’accordo? I Paesi che hanno le maggiori emissioni
di gas serra sono gli stessi che hanno il nucleare, come ad esempio gli Stati
Uniti, che hanno ¼ della produzione nucleare del mondo (c’è energia da
sprecare). Intanto diciamo che invece proprio la Francia non ha avuto alcuna richiesta
riguardo al rispetto del protocollo di Kyoto, proprio in virtù dei suoi
impianti nucleari (mentre l’Italia deve ridurre le emissioni del 6,5%, e questo
nonostante la Francia, come detto prima, consumi più petrolio!). Anche la
Svezia, che produce metà della sua energia elettrica per via nucleare (la
rimanente parte per via idroelettrica), ha tagliato le emissioni di ben il 9%,
ovvero oltre l’obiettivo stabilito. Quanto agli Stati Uniti da anni promuovono una politica energetica
indipendente, non legata a Kyoto. Si noti che nonostante detengano ¼ della
produzione elettronucleare mondiale coi loro 104 reattori in funzione, la quota
di energia elettrica prodotta ammonta al solo 20% del fabbisogno nazionale. Uranio non è che ce ne sia tanto in
giro, le centrali si stano muovendo con quello di origine militare, e prima o
poi finirà. E allora bisogna mettere in
fretta le mani sui giacimenti. Ennesima panzana ideologica, raccontata ripetutamente con la speranza di
farne almeno una mezza verità. L’uranio è un elemento relativamente abbondante sulla crosta terrestre,
sebbene i minerali da cui si estrae non siano tanti. Tanto per intenderci è più
abbondante dello stagno, o del mercurio. Una delle fonti più attendibili in
merito è il Red Book 2007 edito dalla
NEA (Nuclear Energy Agency): l’ordine
di grandezza è di 18 milioni di tonnellate di materiale presente nelle miniere,
più circa 22 milioni di tonnellate recuperabili dalle riserve non convenzionali
(principalmente fosfati), per un totale di 40 milioni di tonnellate. Si ricordi
che il consumo annuale odierno di uranio si aggira sulle 65˙000 tonnellate
annue (quindi, con questi consumi si potrebbe andare avanti per 615 anni!).
Anche imaginando un aumento della domanda di energia di 6 volte entro fine
secolo, tali riserve dovrebbero consentire comunque di arrivare almeno fino ad
oltre il 2100. Si ricordi poi che di uranio disciolto nell’acqua dei mari ce ne
è ben 4,5 miliardi di tonnellate, ed uno studio giapponese riporta un costo di
estrazione di 300 dollari al kg (il dato i trova sul Red Book 2003 della NEA). Non si dimentichi inoltre la tecnologia
del torio, elemento 2,5 volte più abbondante dell’uranio (anche se non presente
nell’acqua di mare). Si ricordi inoltre che l’adozione della tecnologia dei
reattori veloci (Gen. IV), potrebbe moltiplicare le riserve di uranio per un
fattore 100 (attraverso la fertilizzazione dell’isotopo 238), fornendo energia
all’umanità per almeno 10˙000 anni! Secondo l’ultimo rapporto sullo
stato dell’industria nucleare (???) all’utente arriva solo il 2% di tutta
l’energia delle centrali atomiche (!) del mondo. Sarei molto (ma molto!) curioso di leggere tale rapporto, di cui però non
si dice nulla di più. Il resto di questa energia (si parla di 2500 miliardi di
kWh elettrici!!!), di grazia, dove
andrebbe? Gli investimenti a favore di
pochissimi sottraggono risorse a quelle tecnologie che danno risultati
immediati e stanno cambiando il mondo. La prova è che nel 2007 il nucleare non
cresceva, mentre la fonte eolica forniva +36%. Appare del tutto evidente che una fonte che contribuisce in maniera
insignificante alla produzione di energia conosca tassi di crescita molto
maggiori rispetto ad un’altra presente sul mercato da molto più tempo e con uno
share molto più significativo. Ciò detto, vediamo quali sono i vantaggi dell’uso della fonte nucleare:
- microeconomico: il costo del kWh nucleare sarebbe fra i più
bassi possibili; - macroeconomico:
miglioramento dell’equilibrio energetico del Paese, riduzione dell’impatto
ambientale e progressiva riduzione della fattura energetica pagata all’estero,
spostamento sul territorio nazionale del baricentro della spesa energetica,
rilancio dello spin-off tecnologico tipico dei comparti ad alta tecnologia. Sembra poco? Vantaggio per pochi? Chi ci guadagna e quanto coi generatori
eolici? I comuni che stanno pensando di
impiantare questo tipo di installazioni se ne stanno rendendo conto... Si è peraltro sentito dire spesso nei giorni scorsi che ‘l’eolico ha
sorpassato il nucleare’ (esempio: http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/ambiente/nucleare1/eolico-america/eolico-america.html). Premesso che non sono un oppositore della fonte eolica tout court, e che sicuramente l’una (eolica) non esclude l’altra
(nucleare), anzi la soluzione migliore contemplerà evidentemente un saggio mix
delle due, vorrei far notare che a me risulta ad oggi la potenza eolica
installata ammonti a 94 GW (fig.8), contro i 372 GW nucleari (http://www.world-nuclear.org/info/inf01.html).
Se poi si considera la produzione di energia questo divario è semplicemente
destinato ad ampliarsi sensibilmente (giacchè gli impianti eolici lavorano in
maniera per loro intrinseca natura discontinua). Per completezza di informazione credo sia doveroso appena accennare
(giacchè mi pare sia abbastanza raro) al fatto che anche questo tipo di impianti
hanno i loro incidenti (forze inattese, rotori che si spezzano, trasmissioni
che si rompono, fondamenta che si crepano): un articolo esauriente si trova qui
(da una traduzione di Der Spiegel): http://www.comitatonazionalepaesaggio.it/eolico/incidenti/spiegelincidenti.html oppure, un paio di video ‘spettacolari’, più chiari di mille parole forse,
si trovano qui: http://www.portadimare.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5055&Itemid=53. Fig.8 – Potenza eolica installata
nel mondo (da: http://www.wwindea.org/home/images/stories/prediction_2007_s.jpg) Con l’uranio l’indipendenza
energetica è solo uno scherzo, poichè o ci faccimao le industrie in Italia
oppure dobbiamo comprarlo dall’estero, ossia da Francia o Stati Uniti. Se il
prezzo dell’uranio aumenta aumenterà anche il prezzo e l’Italia non potrà
trattare. Russia o Gran Bretagna? E guarda caso tutti si mettono d’accordo? Non
preferiranno piuttosto vendere l’uranio ad un prezzo ragionevole, piuttosto di
correre il rischio che le altre nazioni sviluppino degli impianti di
arricchimento (come ad esempio il recente caso del Brasile con l’impianto di Resende) e/o fabbricazione del
combustibile sul proprio territorio? Forse molti non sanno una cosa: nell’attuale composizione del kWh nucleare
il prezzo dell’uranio incide per circa il 6%, per cui anche se il prezzo di
quest’ultimo triplicasse, l’aumento del prezzo del kWh nucleare sarebbe pari ad
appena il 16% (per chi voglia una dimostrazione e/o voglia approfondire
l’argomento guardi qui: http://www2.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/Costi.pdf o qui: http://www.fast.mi.it/gallanti.pdf). Se un attentato con un aereo si
verificasse in Germania la carta geografica dell’Europa cambierebbe. Pare il reattore EPR non possa reggere
ad un impatto aereo (lo dice un rappresentante di ‘Sortir du Nucleaire’). Si assicura una copertura ragionevole del
rischio. Il reattore esplode se gli casca sopra un aereo. Si vende un reattore
come sicuro contro gli attacchi mentre non lo è e l’acquirente non lo sa. Semplicemente: un’accozzaglia di sciocchezze. Intanto l’EPR è progettato per l’impatto con un aereo militare, ma, udite
udite, la prova sperimentale fu fatta già dai laboratori di Sandia (USA)
nell’ormai lontano 1988, con un F-4 Phantom lanciato a 770 km/h (ovvero 215
metri al secondo) contro una parete che doveva simulare quella di un impianto
nucleare: ebbene l’aereo si sbriciolò (fig.9). Un link al filmato si trova qui:
http://www.sandia.gov/news/resources/video-gallery/index.html. Poi diciamo che colpire un impianto nucleare con un aereo di linea non è
affatto semplice: molti piloti hanno detto spesso che i terroristi dell’11
settembre sono stati fortunati a colpire obiettivi come il Pentagono. Un
confronto di dimensioni è illustrato in fig.10. Ricordiamo che l’unico oggetto
capace veramente di fare qualche danno in un aereo, come a suo tempo fu già
evidenziato, sono i motori (di acciaio, e non di lega leggera!). Centrare il
contenimento dei reattori con un motore di un aereo di linea sembra davvero
molto improbabile. Fig.9 – Test del Sandia National Laboratory condotto nel
1988 Fig. 10
– Confronto fra le dimensioni del World Trade Center, il Pentagono, e
l’edificio di contenimento di un impianto nucleare A questo si aggiunga che la struttura del contenimento è di concezione
assolutamente robusta (fig. 11 ed 12): si parla di muri di cemento armato dello
spessore di un metro e mezzo, con maglia di acciaio del diametro di 6 cm, e liner
interno dello spessore di 4 cm. Negli impianti moderni poi è presente un doppio
contenimento, con una intercapedine mantenuta in depressione (proprio per
applicare un effetto ‘aspirapolvere’ nel caso di una improbabile fuoriuscita di
materiale radioattivo). Finalmente si tenga presente che il reattore vero e proprio occupa solo una
piccola parte del contenimento, per cui ‘centrarlo’ sarebbe una complicazione
ulteriore, e per lo più ricordiamo stiamo parlando di un contenitore di acciaio
dello spessore di 20 cm! Ricordiamo che le affermazioni della trasmissione Report si riferiscono
probabilmente allo studio commissionato da Greenpeace
a ‘Large and Associates’: non viene
reso noto nessun dettaglio sull’analisi e sulla verifica dei calcoli, in modo
tale che chiunque (purchè competente in materia) possa verificare. E’ quindi la
parola della Large and Associates
contro quella di EDF (in cui la prima è una società di consulenza assunta
apposta per dire certe cose). In assenza di ulteriori dettagli verificabili
quindi, e fatte le premesse di cui sopra, io prenderei le dichiarazioni di Sortir du Nucleaire con ‘le pinze’ (a
dire poco!)... Fig.11 –
Dettaglio costruttivo del muro di contenimento di una tipica centrale nucleare
di tipo occidentale
Fig.12
– Dettagli dell’edificio di contenimento del reattore EPR
In Italia si hanno buoni margini per
i produttori ma i prezzi per i consumatori sono sempre alti. Se piazziamo una
centrale a petrolio ed una nucleare ci guadagna chi ha fatto quest’ultima,
sicuramente il cliente no. Con queste regole il nucleare agli utenti non
porterebbe vantaggi. In effetti potrebbe darsi che questo sia, ma questo non rappresenta certo
un problema della tecnologia nucleare, bensì del sistema elettrico di ogni
singolo Paese: il nucleare può fornire sensibili benefici, se poi qualcuno se
ne appropria invece di distribuirli equamente a tutti è un problema meramente
politico, su cui il consumatore dovrebbe venire puntualmente e dettagliatamente
informato, e sul quale egli dovrebbe ‘vegliare’... Faccio un esempio: in un paese come il Belgio il prezzo dell’energia
elettrica è sempre e dappertutto lo stesso (ovviamente), solo che questo viene
stabilito mediando sul prezzo di tutte le fonti di produzione. Quindi se il kWh
elettrico viene venduto 10 cent, il
produttore che usa energia nucleare, che la produce a 3 cent, incassa lauti
guadagni. Di chi è la ‘colpa’? Evidentemente delle fonti più care, che alzano
la media del prezzo dell’energia: se tutte le fonti usate fossero economiche il
prezzo dell’energia si abbasserebbe, con riduzione del margine di guadagno del
produttore a favore dei cittadini. Questo semplice esempio mi pare spieghi chiaramente che tipo di interessi
ci siano in ballo, soprattuto affinchè si usino fonti il più possibile care ed
inefficienti. Un villaggio fotovoltaico. Appunto. Una delle fonti più care ed inefficenti che si possano pensare,
almeno al giorno d’oggi. Vedi discorso di cui sopra. Chi propugna poi l’uso delle energie ‘alternative’ (oggi chiamate con
qualche decenza in più ‘rinnovabili’) al posto della fonte nucleare o è
incompetente o agisce palesemente in malafede. E’ noto infatti che tali fonti
possano al massimo integrare (per lo più in maniera relativamente ridotta e
costosa da quanto ne so) il fabbisogno energetico nazionale, quindi andrebbero
chiamate semmai ‘integrative’, dacchè alternative proprio non sono mai state a
nulla, e mai lo saranno (giacchè potremo migliorare la tecnologia, ma non
potremo mai obbligare il sole a splendere ed il vento a soffiare più di quanto
già fanno!), a meno di ridurre in maniera davvero drastica i consumi energetici.
E questo perchè una fonte di energia per essere commercialmente sfruttabile
deve essere continua, frazionabile,
indirizzabile ed accumulabile. Sia la fonte eolica che quella solare
continue non lo sono affatto, ed anche il loro accumulo si presenta quantomeno
molto problematico e tecnicamente complesso. Non dimentichiamo poi il fatto che i pannelli solari sono realizzati spesso
con materiali estremamente tossici (tipo composti del cadmio o dell’arsenico),
che successivamente dovranno essere smaltiti in maniera sicura. Il problema
viene spesso sottovalutato, ma vorrei far notare che il solo cadmio contenuto
nella batteria di un cellulare può rendere non potabili ben 600˙000 litri di
acqua: (http://www.guardian.co.uk/society/2003/feb/02/business.conferences3)! Il risparmio energetico è a tutti
gli effetti una fonte energetica. Si, esattamente come la dieta è una fonte di alimentazione. Qualcuno è
veramente disposto a crederlo? Beninteso: l’energia, specialmente quella elettrica, costituisce un bene
assolutamente prezioso, da usare con quindi con coscienza, parsimonia e nella
maniera più razionale possibile. Tuttavia risparmiare potrebbe non essere cosi
semplice e scontato. Quanto spendo se risparmio? Sembra assurdo, ma qualche
esempio chiarisce il concetto. Se compro una lampadina a basso consumo sicuramente risparmio energia a
parità di prestazioni, e per lo più mi dura di più. Ma costruire quella
lampadina, considerando il suo intero ciclo produttivo, e poi quello dello
smaltimento, quanta energia costa? Quant’è il risparmio netto? Bisogna
occuparsene, ed il calcolo non è semplice... Ancora. Io posso spegnere ogni giorno l’interruttore del mio televisore,
per poi riaccenderlo il giorno dopo. Se lo facciamo tutti risparmiamo energia
si dice. Ma sicuramente la vita del mio interruttore sarà più breve: se poi lo
vado a sostituire quanta energia costa all’ecosistema? E ancora: siamo sicuri
che tutta quell’energia risparmiata si sappia dove metterla? Già, perchè se
proviene da un impianto termoelettrico o nucleare quest’ultimo non si può
semplicemente ‘spegnere’ come una lampadina (poichè per riaccenderlo ci
vorrebbero giorni!), quindi l’energia se non la si accumula la si può solo
scaricare a terra! Ecco allora che i sistemi di accumulo ricoprono
un’importanza fondamentale: una possibile via potrebbe essere la produzione di
idrogeno, da usare poi per l’autotrazione, allentando così la ‘morsa
energetica’ sui trasporti. Ma per fare questo occorre ancora fare molta
ricerca... Tutto questo per suggerire che risparmare non significa semplicemente
‘spegnere la luce’... Ad una decrescita economica
corrisponderebbe maggiore benessere. Noi siamo abituati a pensare che il
benessere sia legato alla crescita dei consumi. E’ un dato di fatto che al di sotto di un certo livello di consumo
energetico la mortalità infantile aumenta e l’aspettativa di vita diminuisce.
Un tale concetto dovremmo spiegarlo noi ‘ricchi’ ai ‘poveri’: dovremmo dirgli
di rimanere poveri, perchè infondo è bello, è giusto, e tanto il loro benessere
non crescerà coi consumi. Qualche ‘coraggioso’ può provarci se vuole. Non credo
dall’altra parte la prenderebbero bene... Concludo questo mio intervento rammaricandomi ancora per ‘l’occasione
persa’ per fare informazione, invece di cercare di seminare il terrore fra gli
ascoltatori. O almeno: se io non avessi una preparazione specifica nel settore,
avessi seguito la trasmissione di cui sopra, e sapessi che il mio Governo
intende installare degli impianti nucleari sul territorio, sarei a dir poco
angosciato. Forse è proprio il risultato che si voleva ottenere. Una occasione persa dicevo: giacchè si poteva parlare della fame mondiale
di energia e delle proposte concrete per risolverla, quindi del ruolo
dell’energia nucleare, con i suoi punti di forza ed i suoi limiti. Si poteva
approfittare per parlare della potenzialità di produrre idrogeno per
immagazzinare il surplus, e magari anche della possibilità di dissalare l’acqua
di mare per fornire acqua potabile alle centinaia di milioni di persone che ne
hanno un disperato bisogno (problema cruciale per i prossimi anni). Si poteva discutere dell’opzione nucleare dando voce anche alle tesi favorevoli, e non solo a quelle contrarie di presunti ‘scienziati indipendenti’, come se questo li rendesse più affidabili e depositari della verità. Invece si è voluti tornare indietro, alla pura propaganda antinucleare stile anni ’80-’90. Personalmente non credo si sia reso un buon servizio pubblico. Mi torna in
mente l’esternazione di un amico ricevuta via mail qualche tempo fa: “...quando per riscaldare una serra da noi
si spende 100 e 70 in Europa; quando l'energia costa 100 da noi e 60 all'estero; quando per percorrere 50 km per
arrivare al mercato da noi ci vuole
un'ora e circa la metà all'estero, quando a tutto ciò si aggiungono i disservizi del sistema Italia: tasse, permessi,
controlli e super controlli, licenze, visti, ecc. il finale è che da noi
le carote costano 100 e all'estero 60-70.” Almeno nel mondo occidentale oggi si vive meglio che in passato, su questo
credo concordiamo tutti, ma bisogna anche tenere presente che lo stesso mondo è
divenuto anche più complesso e ci pone davanti a delle sfide complesse,
importanti e decisive per il futuro. Per un pianeta più pulito e più pacifico è
tanto il lavoro da fare, e soprattutto, sarà necessario farlo con impegno,
serietà e razionalità. |